L’anomalia italiana - parte seconda
25 Ottobre 2006 alle 19:40
Il sistema capitalistico è il più efficiente, anche se non il più giusto (Gianni Agnelli)
E’ molto difficile che l’anomalia italiana dal punto di vista capitalistico sia esportabile. Il mondo avrà sempre più bisogno di beni ed oggetti che sono prodotti con il lavoro.
E’ il lavoro che trasforma la materia e le conferisce valore. Non a caso il marxismo , che è una filosofia positiva, pone il lavoro al centro dell’attenzione, individuando nell’alienazione, ossia nello “scippo” dei frutti del lavoro, il peggior crimine contro l’umanità.
L’anomalia italiana non è esportabile perchè relega il lavoro in posizione secondaria. Ne è dimostrazione il crollo del sistema industriale e produttivo in generale, che ci vede oggi, al di là della pizza e del mandolino, del sole e del mare, quando è pulito, in una condizione di assoluta sudditanza rispetto agli altri. Non sopravvive ormai nulla della chimica, l’elettronica è allo sbando e la meccanica, se non fosse per la Fiat fermata a un passo dal baratro, sarebbe nella stessa condizione.
Tutto questo può spiegarsi solo se si ammette che al centro dell’anomalia italiana non c’è il lavoro, ma un’altra cosa. Quale che sia, deve però essere in grado di supportare il sistema. Di farlo cioè vivere, anche se di una vita contraddittoria che sfugge a qualunque modello depositato, a partire da quello legislativo.
E’ evidente che questo qualcosa deve poter trovare solo in Italia il terreno favorevole per svilupparsi e continuarsi negli anni . Deve essere qualcosa che in un certo senso è connaturato alla condizione italiana, al punto di rappresentarne un elemento originale. Anomalo per gli altri, ma non per l’Italia.
Orbene, poichè non siamo lombrosiani, da marxisti più o meno immaginari pensiamo che nella storia si possa trovare la spiegazione delle cose. Si vede così che l’elemento originale caratterizzante la nostra condizione è la Chiesa. In Italia non è possibile alcunchè che non sia condizionato dalla cultura e dagli approcci che sono propri del sistema chiesastico. Quando si dice che non siamo una nazione , forse si sbaglia perchè, nel nome della Chiesa, una nazione noi siamo stati sempre. Se il trasformismo, il doppiogiochismo, il cinismo sono i nostri elementi caratterizzanti, ciò è perchè tutti sono andati al catechismo, tutti hanno frequentato l’oratorio, tutti hanno incominciato la lezione scolastica nel nome del padre, del figlio e dello spirito santo.
L’approccio chiesastico non ha nulla a che vedere con il lavoro. La Chiesa, con il suo passaggio indenne attraverso la storia, è lì a dimostrare che si può sopravvivere, addirittura in forma statuale, ossia come manifestazione terrena con tanto di organizzazione gerarchica, giuridica ecc. senza lavorare. Ovviamente questa impostazione presuppone un notevole relativismo comportamentale o se vogliamo l’assenza di una morale basata sulla coerenza. La Chiesa per sopravvivere ha fatto della “contaminazione” il perno della sua prassi comportamentale: ha fatto convivere culti pagani con culti cristiani, ha mantenuto gli idoli, ha trasformato il monoteismo in un politeismo antropomorfico, ha supportato il potere statuale anche nelle connotazioni del più feroce autoritarismo, incoronando i tiranni più sanguinari. In altri termini, la Chiesa, con la sua esperienza storica,è lì a dimostrare che si può sopravvivere, e bene, anche senza trasformare la materia, anche senza aggiungere valore alle cose. Basta agganciarsi al carro giusto e svuotare di tanto in tanto la cassetta delle offerte.
La gente che ci ha governato e ci governa è condizionata da questa cultura.
Sempre pronta a piegarsi all’ultimo venuto, sprezzante di ogni ideologia e di ogni coerenza comportamentale, disponibile al cambiamento se necessario, nell’ottica gattopardiana del tutto cambi perchè tutto resti com’è.
Pubblicato in Capitalismo all'italiana, L'ora di religione da Spartaco | (Letto 589 volte)
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