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10 Febbraio: il giorno del ricordo e noi ricordiamo

10 Febbraio 2007 alle 02:43
swampthing

“Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani”.
Benito Mussolini, 1920

“Onorare i martiri delle foibe”, sentiamo dire ormai troppo spesso anche a sinistra. Dove si sa che nelle foibe finirono gerarchi, spie, torturatori, rastrellatori, squadristi e via di seguito, quindi persone che non ci pare proprio il caso di onorare. Di questo passo ci vedremo a portare fiori e commemorazioni pure a piazzale Loreto per il Duce e Claretta Petacci…
Claudia Cernigoi

Operazione Foibe a Trieste. Come si crea una mistificazione storica: dalla propaganda nazifascista attraverso la guerra fredda fino al neoirredentismo. Libro online: www.cnj.it/FOIBEATRIESTE/

La verità sulle foibe.
www.democrazialegalita.it/foibe07febb05.htm

Il cuore nel pozzo.
www.resistenze.org/sito/os/ip/osip4i08.htm

Foibe: una mistificazione che viene da lontano.
www.didaweb.net/fuoriregistro/leggi.php?a=6977

Foibe su wikipedia. it.wikipedia.org/wiki/Foiba

Pubblicato in Fascismo arretrato, Povera Italia da swampthing | (Letto 1199 volte)

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73 Commenti a “10 Febbraio: il giorno del ricordo e noi ricordiamo”

Pagine: « 4 3 2 [1]

  • 20
    utente verificato swampthing scrive:

    La Cernigoi dà una bella ridimensionata al fenomeno foibe e denuncia le mistificazioni degli “storici” di destra.
    Ad esempio nel capitolo II:

    Nei suoi elenchi Pirina ha inserito 275 nomi di persone che sono scomparse per tutt’altri motivi che non la “deportazione per mano titina”. È particolarmente grave, a parer nostro, la mistificazione operata in questo caso perché, se pure si potrebbe ammettere una casistica di errore nell’indicare come “scomparse” persone che in realtà sono tornate alle loro case (anche se la percentuale di errore di Pirina è comunque troppo elevata per essere accettata come errore in buona fede), non si può riconoscere buona fede nella compilazione di elenchi che riportano errori come quelli che evidenzieremo adesso. Qua si tratta di vera e propria riscrittura della storia, senza il minimo rispetto per i morti e per i vivi.

    Di questi 275 nomi abbiamo trovato che 35 di essi sono morti dopo il giugno 1945.

    sempre dal capitolo II:
    Alla fine di tutto questo, dei 1.458 nomi riportati da Pirica nei suoi elenchi di “scomparsi” dalla provincia di Trieste, ne abbiamo eliminati, perché sbagliati, ben 942: una percentuale di errore del 64,6%! Il che, per una ricerca storica che dovrebbe servire come prova d’accusa per un processo per “genocidio” è indubbiamente un buon record.

    http://www.cnj.it/FOIBEATRIESTE/Capitolo_II.htm

  • 19
    utente verificato swampthing scrive:

    onorare le vittime innocenti…
    sarei pure d’accordo, se non fosse per la strumentalizzazione che se ne sta facendo…
    non si sa quanti fossero innocenti, per alcuni lo erano tutti, solo perché italiani.

    ma allora commemoriamo anche le vittime innocenti dei bombardamenti alleati in Italia… di quello nessuno ne parla.

  • 18
    marchwind scrive:

    @ calogero:se ti interessa, troverai il saggio della cernigoi qui– http://www.pasti.org/foibets.html
    per quanto riguardo questo post:
    >”nelle foibe finirono gerarchi, spie, torturatori, rastrellatori, squadristi e via di seguito, quindi persone che non ci pare proprio il caso di onorare. ”

    Bel modo di ricordare le molte vittime INNOCENTI che finirono insieme ai suddetti nelle foibe.

  • 17
    utente verificato calogero scrive:

    @freeitaly

    a sinistra siamo democratici e si discute. mica come a destra tutti dietro al padrone con la coda tra le gambe.

  • 16
    freeitaly scrive:

    beh ….vedo che vi ha scosso e ne avete discusso :wink: …se non altro per una volta non ve la siete cantata e suonata da soli :D …..bye , bye …alle proxime ….freeitaly

  • 15
    utente verificato calogero scrive:

    @swampthing
    Napolitano ha voluto richiamarsi esplicitamente al suo predecessore, Carlo Azeglio Ciampi, dicendo che ne raccoglie l’esempio circa «il dovere che le istituzioni della Repubblica sentono come proprio, a tutti i livelli, di un riconoscimento troppo a lungo mancato». Nell’ autunno 1943, ha spiegato Napolitano citando recenti riflessioni e ricerche, «si intrecciarono giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento della presenza italiana da quella che era e cessò di essere la Venezia Giulia».

    ma chi cazzo e’ la cernigoi che devo leggere il suo saggio? una che minimizza? c’e’ pure chi minimizza e nega l’olocausto. E allora devo leggere pure quello?

  • 14
    utente verificato swampthing scrive:

    nessuno ha mai detto che nelle foibe non ci sia finito qualche innocente.
    però non è manco vero che sono stati buttati dentro tutti a caso.
    probabilmente gli slavi del luogo avranno indicato chi erano i buoni e chi erano i cattivi… probabilmente qualcuno ha indicato qualche buono come cattivo…

    ma leggiti il saggio della Cernigoi, no? non è tanto lungo ed è molto interessante.

  • 13
    utente verificato calogero scrive:

    @swampthing
    giusto. la storia non inizia con l’occupazione titina di Trieste e Gorizia. Allora la prossima volta fai un post che lo spieghi bene cosi’ evitiamo spiacevoli equivoci.
    perche’
    postare cose tipo:

    ““Onorare i martiri delle foibe”, sentiamo dire ormai troppo spesso anche a sinistra. Dove si sa che nelle foibe finirono gerarchi, spie, torturatori, rastrellatori, squadristi e via di seguito, quindi persone che non ci pare proprio il caso di onorare. Di questo passo ci vedremo a portare fiori e commemorazioni pure a piazzale Loreto per il Duce e Claretta Petacci…

    e’ come minimo furviante delle tue reali intenzioni.
    Quando invece sappiamo che nelle foibe finirono un po’ tutti e non soli chi portava delle responsabilita’ per il recedente regime fascista. O vuoi farmi credere che i titini ereno dotati di tribunali equi ed imparziali e che nel caos dell’occuazione ebbero il tempo la voglia e la pazienza di separare fascisti dal resto.

  • 12
    utente verificato swampthing scrive:

    allora?
    chi ha mai negato che questi fatti siano accaduti?
    io no. però ti raccontano sempre una parte della storia e omettono l’altra, ovvero che gli slavi sono stati torturati, uccisi, stuprati, umiliati, PRIMA.
    e ogni anno che passa, le vittime delle foibe aumentano, secondo non si sa quali calcoli. E vengono fatti sceneggiati dove gli italiani sono belli e buoni e gli slavi brutti e cattivi.

    L’italianizzazione forzata delle popolazioni slovene è stata devastante. Erano costretti a parlare italiano e i loro nomi e cognomi venivano italianizzati. Le scuole slovene venivano chiuse e date alle fiamme. Gli squadristi avevano carta bianca e i collaborazionisti tra i civili italiani abbondavano.

    “Operazione foibe a Trieste” non è il testo di qualche no global mistificatore, ma una ricerca storica scrupolosa dove ogni affermazione viene comprovata dai documenti dell’epoca.

    :cccp:

  • 11
    utente verificato calogero scrive:

    http://www.repubblica.it/2007/02/sezioni/cronaca/foibe-m emoria/foibe-memoria/foibe-memoria.html

  • 10
    red float scrive:

    Revisionismo storico?Ancora?
    Senti Freeitaly,forse forse non hai capito una minghia.:shootme:

  • 9
    marco scrive:

    Stante la mia ignoranza da studente che si approccia agli esami, vi sarei grato se postaste anche le dichiarazioni dei quadri yugoslavi dell’epoca, nonche’ magari brevi cenni sui progetti degli stessi circa la spartizione della giulia nel dopo guerra. Tanto per contestualizzare un po’ il clima.
    Detto questo, nn condivido le affermazioni della Cernigoi per quanto riguarda i metodi di eliminazione dei “gerarchi, spie, torturatori, rastrellatori, squadristi e via di seguito”. Il via di seguito fino a che livello scende, tanto per capirsi?

    cordialita’
    marco

  • 8
    Quovadisbaby? scrive:

    Illuminante, come sempre. Da oggi farò in modo di dimenticare la giornata del ricordo…

    ecosperanze.splinder.com

  • 7
    marco scrive:

    Tanto per aggiungere all’onesta’ intellettuale del sito, perche’ non linkare anche alcune dichiarazioni dei quadri iugoslavi? tanto per contestualizzare..

    cordialita’

  • 6
    utente verificato swampthing scrive:

    @freeitaly

    il sito da cui hai tratto quelle menzogne è “controstoria”…
    magari fosse solo filo fascista, è pure filo nazista.

    VERGOGNATI.

  • 5
    utente verificato swampthing scrive:

    @freeitaly

    Un altro macabro rituale caratterizzava questi orrendi massacri: dopo l’infoibamento delle vittime veniva lanciato sul mucchio dei cadaveri un cane nero vivo: secondo un’antica leggenda balcanica, l’animale “latrando in eterno toglieva per sempre agli uccisi la pace dell’aldilà”.

    complimenti per questo gran pezzo di giornalismo spazzatura fascista…
    tratto da un sito fascista…

    non vi permetteremo di riscrivere la storia a vostro piacimento.
    :violent: :nonazi:

  • 4
    utente verificato swampthing scrive:

    @calogero ma leggi prima di sparare giudizi affrettati

  • 3
    utente verificato calogero scrive:

    Il peggior post di sempre :no:

  • 2
    fabio sacco scrive:

    non pensavo che esistessero persone ancora così plagiate come te dall’ideologia comunista. Anche di fronte a centinaia di morti pensi solo che il comunismo è puro. Complimenti!

    http://fabiosacco.blogspot.com/

  • 1
    freeitaly scrive:

    Questa e’ la verita …e voi che state qui a reggere la Propaganda oscurantista siete solo complici di tali misfatti

    10 febbraio 2007, giornata del ricordo

    Le foibe

    Il termine«foiba» (dal latino “fovea”, “fossa”) veniva utilizzato per definire le numerose voragini (ne sono state censite 1.700) che sprofondano per centinaia di metri nelle viscere della terra, caratterizzate da cavità di ogni genere, cunicoli, grotte, acque che scorrono fra tortuosi, profondi meandri e che caratterizzano l’altipiano roccioso del Carso, un territorio che si estende su notevole parte della Venezia Giulia in provincia di Trieste, dell’Istria e della Dalmazia.

    La convivenza fra Italiani e Slavi

    Nel periodo della Serenissima Repubblica Veneta (1420/1797) le due etnie convivevano in Istria con una certa armonia; è dopo il 1866, quando alla fine della terza guerra di Indipendenza si fanno più insistenti i movimenti nazionalisti, che l’Austria, presente dal 1814, per contenere il gruppo etnico italiano, gli concede maggiori privilegi rispetto a quello slavo. La scelta alimenta le tensioni fra le diverse etnie, ma è dopo il Trattato di Rapallo (12 novembre 1920), quando il confine orientale vede annessi all’Italia territori ad etnia mista italo-croata e italo-slovena che le tensioni diventano ancora più forti. Infatti, a seguito del nuovo assetto politico comincia l’italianizzazione delle “terre irredente”: da altre regioni arrivano funzionari ed impiegati pubblici, che si sostituiscono a quelli locali, la lingua ufficiale diventa l’italiano, dialetti e lingue dei popoli presenti sul territorio sono vietati; se l’effetto di tali cambiamenti è relativamente doloroso nelle città della costa, dove comunque gli “italiani” erano in maggioranza e dove bi e trilinguismo erano la norma; questi cambiamenti vengono mal accolti nelle zone rurali e nell’interno, dove gli slavi si ribellano violentemente alle imposizioni del Regno d’Italia.

    I fatti del 43/45

    L’uso delle foibe per occultare i cadaveri durante e la seconda guerra mondiale avvenne in due distinti periodi. Il primo risale al ’43, immediatamente dopo l’8 settembre quando l’Istria interna diventa terra di nessuno perché i tedeschi, impegnati ad occupare i centri strategici di Trieste, Pola e Fiume, trascurano l’entroterra per carenza di forze. Ad una prima fase “spontaneista” e che fu un fatto di giustizia popolare sommaria, perché la popolazione dell’Istria slava, vedeva in queste azioni il proprio riscatto dopo le oppressioni patite dall’etnia italiana (ma anche per regolare questioni di interesse personale), ne seguì un’altra, contrassegnata dal riuscito tentativo degli organi del Movimento popolare di liberazione jugoslavo di assumere il pieno controllo della situazione militare e politica, grazie anche all’arrivo in Istria di forze partigiane e quadri dirigenti del Partito comunista croato. In quella circostanza le vittime furono cittadini del gruppo etnico italiano, rei di avere nutrito idee politiche diverse da quelle degli occupanti e della colpa di essere italiani. In questa fase le vittime furono: non più di 600 secondo le autorità italiane, migliaia secondo la Wehrmacht ed alcuni testimoni italiani, stando a quanto riportato dai tedeschi dopo la ripresa del controllo del territorio istriano da parte della Germania nazista.

    Ben più sanguinoso fu invece lo sterminio che ebbe luogo tra il 1° maggio e il 12 giugno 1945 e che si svolse principalmente nelle città di Trieste e di Gorizia. Tra marzo e aprile anglo-americani e jugoslavi sono impegnati nella corsa per arrivare primi a Trieste, il 28 aprile 1945, Mussolini viene ucciso dai partigiani a Dongo (Co) le armi tacciono.

    All’alba del 30 aprile 1945 Trieste imbraccia le armi contro i Tedeschi. Tra le migliaia d’insorti ci sono rappresentanti dei risorgenti partiti politici italiani, Militari dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e della Guardia Civica. A sera, dopo sanguinosi scontri a fuoco i “Volontari della Libertà”, hanno il controllo di buona parte della città. Il 1° maggio, alle 9:30: Trieste viene “liberata” dalla IV armata di Tito: tra loro non c’è nessuna unità partigiana italiana. Gli ordini di Tito e del suo ministro degli esteri Kardelj sono inequivocabili: «Epurare subito», «Punire con severità tutti i fomentatori dello sciovinismo e dell’odio nazionale», l’obiettivo era quello di sedersi al tavolo delle trattative degli alleati dopo essersi impossessato dell’Istria, Trieste e Gorizia fino all’Isonzo, ma soprattutto dopo aver “ripulito” il territorio dalla presenza italiana, in modo da legittimare la consegna di queste terre alla Jugoslavia. I “Volontari della Libertà” vengono disconosciuti, come i partigiani del CLN, costretti a rientrare nella clandestinità. Gli Slavi assumono i pieni poteri. Nominano un Commissario Politico, impongono il coprifuoco e dispongono il passaggio all’ora legale per uniformare la Città al “resto della Jugoslavia”. In città vige il terrore. Ha inizio la tragedia, che si protrae per alcune settimane, sebbene a Trieste e a Gorizia - fra il 2 e il 3 maggio - sia arrivata anche la seconda divisione neozelandese del generale Bernard Freyberg, inquadrata nell’VIII armata britannica, che assiste senza intervenire, in attesa di ordini da Londra.

    L’otto maggio Trieste viene proclamata “città autonoma” della “Settima Repubblica Federativa di Jugoslavia”. Si prelevano i cittadini dalle case, alcuni sono vittime di regolamenti personali, pochi fascisti o collaborazionisti, ma molti Combattenti della Guerra di Liberazione: agli occupatori preme dimostrare di essere i liberatori del capoluogo giuliano, ben presto si scopre che i prelevati finiscono nelle foibe o nei campi di concentramento di Tito. Iniziano arresti indiscriminati, confische, requisizioni, violenze d’ogni genere, i triestini chiedono, invano l’intervento del Comando Alleato.

    Finalmente arriva l’ordine da Londra e gli Angloamericani intimano alle truppe slave di ritirarsi. Il 9 giugno a Belgrado, il Leader iugoslavo, verificato che Stalin non era disposto a sostenerlo nella presa di Trieste, fa arretrare le sue truppe e con il ritiro delle milizie slave ha termine il regime del terrore ed il massacro. Tito e il generale Alexander tracciano la linea di demarcazione Morgan, che prevedeva due zone di occupazione – la A e la B – dei territori goriziano e triestino: la prima sotto quello Angloamericano, la seconda sotto quello slavo.

    Solo nell’ottobre del 1954 l’Italia prese il pieno controllo di Trieste, lasciando l’Istria all’amministrazione jugoslava.

    Il rituale delle foibe

    Le violenze alle quali i prigionieri vengono sottoposti prima dell’eliminazione sono indescrivibili: molti venivano evirati, altri torturati, con le donne si adottava la sevizia e o lo stupro. Nelle località costiere si procedeva agli annegamenti collettivi: legati l’uno all’altro col filo dì ferro e opportunamente zavorrati con grosse pietre, i prigionieri venivano portati al largo su grosse barche e gettati in mare.

    Ma il metodo più diffuso per sbarazzarsi dei cadaveri fu quello dell’infoibamento: considerato più pratico e facilmente occultabile. Caricati su autocorriere o su autocarri requisiti, i prigionieri venivano portati, preferibilmente di notte, nelle vicinanze di una foiba. Ad essi venivano legati, con filo di ferro stretto da pinze, i polsi sul davanti, se erano vestiti si ordinava loro di alzare le braccia e di sollevare sul capo la giacca in modo da coprirsi il volto. Le donne dovevano nascondersi il volto con la sottana. Avvicinati i prigionieri sull’orlo della foiba a gruppi, si procedeva all’esecuzione, sparando un colpo di arma da fuoco alla nuca, al volto o al torace delle vittime: i corpi venivano poi fatti precipitare nel baratro. A volte i condannati vennero posti l’uno di fianco all’altro, spalla contro spalla, e legati all’altezza delle braccia con il filo di ferro, a due a due o a gruppi più consistenti. Ammassati tutti sul ciglio, si sparava ai più vicini al precipizio in modo che, cadendo nel vuoto, trascinassero gli altri ancora vivi. Per impedire ogni ricerca e identificazione, talvolta i prigionieri venivano condotti nudi sul luogo dell’esecuzione. A volte, dopo l’infoibamento, si facevano brillare delle mine in prossimità dell’apertura della voragine, ottenendo in tal modo il franamento e l’ostruzione della cavità.

    Un altro macabro rituale caratterizzava questi orrendi massacri: dopo l’infoibamento delle vittime veniva lanciato sul mucchio dei cadaveri un cane nero vivo: secondo un’antica leggenda balcanica, l’animale “latrando in eterno toglieva per sempre agli uccisi la pace dell’aldilà”.

    Il numero delle vittime

    E’ difficile fare una stima esatta delle vittime; i ritrovamenti sono stati parziali, considerando la difficoltà dei recuperi, l’impossibilità di effettuarli nelle foibe site nell’ex Jugoslavia ed anche perché tutti i documenti anagrafici sono andati completamente distrutti (in linea con il principio di far scomparire qualsiasi traccia della presenza italiana). Lo storico Raoul Pupo indica in circa 5.000 il numero dei morti. Per il tenente colonnello inglese De Gaston, capo del “Patriots Office”, i soli infoibati furono circa 9.800, di cui oltre 4.000 civili, donne e bambini compresi. Da un’indagine più precisa del Centro studi adriatici, diretto da Luigi Papo, raccolta in un albo pubblicato nel 1989 le vittime sono 10.137: 994 infoibate, 326 accertate ma non recuperate dalle profondità carsiche, 5.643 vittime presunte sulla base di segnalazioni locali o altre fonti, 3.174 morte nei campi di concentramento iugoslavi; una stima totale, sempre secondo tale centro di studi, è di circa 17.000 vittime, comprendendo i morti nei campi di concentramento e fucilati, che probabilmente furono poi occultati nelle foibe.

    I profughi dalmati

    Una delle tante pagine non scritte della nostra storia recente è l’Esodo di 350.000 fiumani, istriani e dalmati che, dal 1945, si riversarono in un’Italia sconfitta e semidistrutta. Da Fiume fuggirono 54 mila su 60 mila abitanti, da Pola 32 mila, da Zara 20 mila su 21 mila, da Capodistria 14 mila su 15 mila.

    Questi 350.000 italiani furono gli unici a pagare il prezzo della sconfitta italiana nella seconda guerra; cancellati dai libri, dai dibattiti politici e culturali, dai media, fino al 2004, quando la Repubblica italiana riconosce le tragedie del confine orientale con una giornata: il 10 febbraio 1957 quando l’Italia cedeva alla Jugoslavia parte della Venezia Giulia nel Trattato di Parigi, dedicata al ricordo delle Foibe e dell’esodo istriano, fiumano e dalmato.

    http://hurricane_53.ilcannocchiale.it/

    Alberto/Hurricane

    Gli ordini di ammazzare gli Italiani Istriani

    vennero direttamente da togliatti e longo.
    Il Partito Comunista Italiano e la “Questione Giuliana”

    di Gianclaudio de Angelini

    tratto da: http://digilander.libero.it/arupinum/

    Sin dal giugno 1941 il PCI aveva accettato in linea di principio che le unità partigiane di orientamento comunista, operanti nel settore giuliano, venissero poste sotto il controllo delle strutture partigiane jugoslave; nel marzo del 1943 il distaccamento Garibaldi si era pertanto unito alle formazioni slovene.
    In quegli stessi giorni le organizzazioni partigiane italiane non comuniste operanti nella Venezia Giulia venivano invece sempre più evidenziando la loro diffidenza verso i partigiani jugoslavi ed il loro acceso nazionalismo; del resto questi ultimi non si curavano in alcun modo di celare le loro mire annessionistiche, ed anzi nel ‘43 il Movimento Antifascista di Liberazione Nazionale Jugoslavo proclamava a gran voce il suo buon diritto di annettersi l’Istria, Trieste con tutto il litorale adriatico comprese le città di Fiume e Zara, avendo addirittura la pretesa di richiederne l’avallo dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI).
    Del resto il 9 settembre del 1944 l’esponente della resistenza jugoslava Kardelj, in una lettera a Vincenzo Bianco, autorevole membro del PCI, ribadiva che il IX Corpus aveva avuto l’ordine di occupare Trieste, Istria, Gorizia e tutta quella parte del Friuli che avesse potuto raggiungere prima dell’arrivo delle forze Alleate.
    Come tutta risposta Bianco il 24 settembre, inviato a Trieste dalla direzione del PCI, diramava alle federazioni comuniste di Trieste e Udine la direttiva di far passare le loro unità partigiane sotto il comando del IX Corpus sloveno.
    Il 19 ottobre lo stesso Togliatti, dopo aver incontrato Kardelj, non solo confermava sostanzialmente le direttive di Bianco alle federazioni di Trieste ed Udine, ma le integrava con la raccomandazione di fare in modo, per quanto possibile, che la regione venisse occupata dai partigiani di Tito, piuttosto che dalle truppe anglo-americane. In questa prospettiva il capo del P.C.I. consigliava che le strutture locali del partito collaborassero con gli slavi nell’organizzare un potere popolare nelle zone liberate ed un contropotere in quelle ancora sotto occupazione tedesca.
    In questa azione i comunisti italiani non avrebbero dovuto avere remore nell’opporsi a quei loro connazionali che, ispirandosi ad una concezione imperialistica e nazionalistica, alimentassero la discordia con i vicini slavi.
    Sulla questione di fondo, la definizione della futura frontiera Italo-Slava, Togliatti non indicava una soluzione, ma solamente il metodo attraverso cui ricercarla e cioè quello di un confronto fra ‘democratici’ italiani e ‘democratici’ jugoslavi, ovverossia fra i due PC.
    Di fronte alla ferma opposizione che queste proposte incontravano da parte dei rappresentanti degli altri partiti, i comunisti giuliani uscivano definitivamente dal C.L.N. formando un comitato di coordinamento italo-jugoslavo dichiarato esteso a tutte le forze antifasciste giuliane.
    Il 17 ottobre dello stesso anno, il P.C.I. giuliano emanava un proclama in cui si annunciava che in breve tempo sarebbero incominciate le operazioni dell’esercito di liberazione jugoslavo per l’espulsione dei tedeschi dall’Italia Nord-Orientale e s’invitava la popolazione ad accogliere i partigiani di Titini non solo come liberatori, bensì “come fratelli maggiori che ci hanno indicato la via della rivolta e della vittoria contro l’occupazione nazista e dei traditori fascisti”. Sollecitava altresì tutte quelle unità che si sarebbero venute a trovare ad operare all’interno del campo operativo dei partigiani jugoslavi a porsi disciplinatamente ai loro ordini e per la necessaria unità di comando e per il fatto che quelli erano meglio inquadrati, più esperti e meglio diretti. Concludeva infine impegnando tutti i comunisti ed invitando tutti gli antifascisti a combattere come i peggiori nemici della liberazione dell’Italia tutti coloro che, con il pretesto del ‘pericolo slavo’ e del ‘pericolo comunista’, lavoravano per sabotare gli sforzi militari e politici dei seguaci di Tito, impegnati nella lotta di liberazione del loro paese e della stessa Italia, e per opporre gli italiani agli slavi, i comunisti ai non comunisti.
    In questo modo si creavano le condizioni affinchè l’operato degli occupanti slavi diventasse totalmente insindacabile, data la facilità di far passare ogni azione difforme alla logica annessionistica slava come imperialista e nazionalista, ponendo così gli italiani della Venezia Giulia e della Dalmazia in completa balia degli slavi.
    Di fronte a posizioni così estreme gli esponenti democratici rimasti nel CLN di Trieste, e cioè democratici cristiani, azionisti, socialisti e liberali, stringevano un patto di unità d’azione e redigevano a loro volta un proclama emanato il 9 dicembre e prontamente diffuso dalla stampa e dalla radio italiane.
    In tale comunicato veniva riaffermato l’impegno delle forze politiche aderenti al comitato di difendere le frontiere ottenute dall’Italia dopo la prima guerra mondiale, combattuta contro i tradizionali nemici austriaci e tedeschi a fianco di Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti. Si garantiva tra l’altro il rispetto dell’autonomia culturale delle minoranze croate e slovene che sarebbero rimaste incluse in quei confini, si ipotizzava inoltre la creazione a Trieste di un porto franco, alla cui amministrazione avrebbero partecipato tutti i paesi interessati.
    Sul finire del ‘44, nella loro polemica col CLN ed in coerenza con il loro allineamento alla linea di Tito, i comunisti italiani di Trieste partecipavano al costituito comitato civico congiunto sotto la guida di Rudi Ursich, accettando in pratica tutte le rivendicazioni terrritoriali slave. Vista la non disponibilità degli altri componenti del CLN triestino di seguirli su questa strada di completa resa alle pretese slave, i comunisti italiani formavano insieme con i titini, il 13 aprile ‘45, il Comitato Esecutivo Antifascista Italo Sloveno (CEIAS).
    Il 30 aprile a seguito dell’insurrezione italiana contro le truppe degli occupanti tedeschi, comandata dal CLN di Trieste, dopo aspri combattimenti venne liberata quasi tutta la città salvo alcuni caposaldi in cui questi ultimi, trincerati, ancora resistevano.
    A questi combattimenti i comunisti, sia italiani che slavi, si guardarono bene di intervenire, salvo espropriare della paternità dell’azione il CLN, quando a tappe forzate giunse il IX Corpus partigiano e la IV armata regolare jugoslava, che nella loro azione precipitosa avevano lasciato in mani tedesche ampie ed importanti zone del loro territorio nazionale come Zagabria e Lubiana, rispettivamente capitali della Croazia e della Slovenia, pur di evitare che a liberare il capoluogo giuliano fosse il CLN od eventualmente le truppe degli alleati anglo-americani.
    Ambedue le cose non riuscirono agli slavi perchè il pomeriggio successivo, quando le truppe alleate stavano sul punto d’entrare in Trieste, il controllo della prefettura e del municipio erano ancora saldamente in mano del CLN; purtuttavia la consegna simbolica del passaggio dei poteri, dal CLN alle truppe neozelandesi, non riuscì perchè, per evitare un aperto conflitto armato con i comunisti italo-slavi, i rappresentanti del CLN furono costretti a ritirarsi. Comunque la resa delle residue truppe tedesche ancora asseragliate nella città avvenne nelle mani delle forze Alleate e non in quelle slave come volevano i titini.
    Incominciava così il periodo di martirio per la città giuliana sottoposta alla feroce repressione degli occupanti slavo-comunisti a cui i neozelandesi assistettero senza intervenire.
    La prima azione dei “liberatori” fu di disarmare i partigiani italiani del CLN, la Guardia Civica, il Corpo dei Volontari della Libertà, qualunque forza armata cioè che potesse intralciare in qualche modo la loro volontà annessionistica. L’unica formazione politica italiana che fu lasciata libera di agire fu il PCI giuliano; tutte le bandiere italiane furono fatte ammainare, quelle che la gente esponeneva sui balconi furono fatte ritirare a colpi di mitra; la stampa libera fu soppressa, le uniche pubblicazioni furono ‘Il Lavoratore’ e ‘Primorski Dnevnik’, rispettivamente espressione del PCI giuliano e degli occupanti slavi.
    Nel frattempo l’OZNA, la famigerata polizia politica slava, agiva silenziosamente facendo sparire i maggiori esponenti del CLN e degli Autonomisti, mentre il CEIAS a cui aderiva il PC giuliano dava vita ad un Consiglio di Liberazione di Trieste, al quale il generale Kveder consegnava l’amministrazione della città pronunciando un discorso in cui si diceva che ben presto Trieste sarebbe entrata a far parte della repubblica federale Jugoslava con uno statuto autonomo.
    Il 5 maggio una manifestazione spontanea di migliaia di Triestini che si erano radunati in corteo dietro una bandiera italiana fu sciolta a raffiche di mitra sparate ad altezza d’uomo con la conseguente uccisione di 5 persone tra cui un’anziana donna di 69 anni ed un giovane ragazzo, che nel corso della sua breve vita aveva già avuto modo di sperimentare la “liberazione” titina essendo un esule di Fiume.
    Il 6 giugno tutti i triestini ricevettero l’ordine di presentare le loro carte di identità per farvi imprimere il simbolo della loro nuova “libertà”, la stella rossa. Contemporaneamente l’ufficio competente provvedeva a ritirare i documenti agli elementi da loro ritenuti sospetti ed a rilasciare alle torme di slavi, recentemente calati in città, documenti attestanti il fatto che vi risiedevano da sempre.
    Dalla foiba di Basovizza si andavano intanto recuperando, tra il raccapriccio generale, le povere salme degli “epurati”, piccolo segno della normalizzazione slava, e veniva acquistando triste fama la villa Segrè Sartori, in cui una famigerata squadra volante della ‘Guardia del Popolo’ andava perpetrando ogni sorta di torture sugli sventurati che tentavano loro di opporsi (tra cui non mancarano comunisti italiani dissidenti).
    Del resto il XIII Corpo Alleato aveva informato il Comando Supremo del Mediterraneo che in base all’indagine effettuata almeno 1.480 persone erano state deportate dalla Zona A e di altre 1.500 mancava ogni notizia, il rapporto continuava affermando che tra il 1^ maggio ed il 12 giugno nella sola provincia di Trieste erano state uccise 3.000 persone. L’esponente americano Grew, in una sua relazione a Trumam, paragonava l’occupazione slava della Venezia Giulia a quella praticata dai giapponesi in Manciuria o da Hitler negli anni 1938-39.
    Per chiarire ulteriormente la posizione e le responsabilità politiche avute dal PCI italiano nell’evolversi della situazione
    dei Giuliano-Dalmati basta rifarsi alla lettera che Togliatti inviò nel ‘45 all’allora Presidente del Consiglio, Ivanoe Bonomi.
    In questa missiva, consultabile nell’Archivio Centrale dello Stato a Roma, Togliatti arrivò a minacciare una guerra civile se il CLNAI avesse ordinato ai partigiani italiani di prendere sotto il proprio controllo la Venezia-Giulia, evitando in tal modo l’occupazione e l’annessione de facto alla Jugoslavia.
    A patire le conseguenze di questa presa di posizione furono le popolazioni dell’Istria e della Dalmazia, che in balia dei titini subirono una metodica opera di terrorismo, che indusse la maggioranza della popolazione ad abbandonare compatta le proprie case per cercare un rifugio nella disastrata Italia post-bellica, cosa che non era avvenuta nei precedenti rivolgimenti politici subiti dalla nostra regione di frontiera nè con i francesi di Napoleone e neppure sotto il dominio austriaco quando, seppure governati da un regime reazionario, gli istriano-dalmati erano stati comunque lasciati liberi di rimanere se stessi, cioè italiani.
    Il comportamento operato nella Venezia-Giulia dai titini, a cui il PCI si prestò passivamente e non, fu una vera e propria “pulizia etnica” tipo quella praticata dalle varie fazioni ferocemente in lotta tra loro in quella che fu la Federazione jugoslava.
    Per inquadrare l’entità del genocidio e del conseguente esodo basti dire che i morti giuliani-dalmati durante la guerra, furuno nettamente superiori alla media nazionale, a cui bisogna però aggiungere le uccisioni e gli infoibamenti che sono continuati ben oltre il termine della guerra, e che portarono le foibe a riempirsi di 12.000 persone, dati ufficiali I.R.O. (International Refugèe Organisation), e la regione a svuotarsi di circa 350.000 dei suoi originari abitanti, a testimonianza di un referendum popolare patito sulla propria carne in mancanza di quello che civilmente si reclamava per stabilire il destino della regione e dei suoi abitanti.
    A completare il quadro non può essere taciuto il comitato di accoglienza che queste popolazioni così ampiamente tribolate hanno ricevuto dai comunisti italiani al loro arrivo nella loro madre patria: insulti, fischi e sputi a Venezia e Bari quando le navi cariche di profughi attraccarono al porto; minacce di sciopero a Bologna per evitare che un treno di profughi avesse modo di rifocillarsi al posto di ristoro organizzato dalla Pontificia Opera di Assistenza; la costante azione di diffamazione operata nell’indicare al pubblico ludibrio come ricchi borghesi “fascisti” che fuggivano dalle “magnifiche sorti e progressive” del comunismo di Tito.
    Occorre inoltre dire della costante azione di travisamento dei fatti, di misconoscimento dell’immane tragedia operata da parte di una intellighenzia di sinistra, lungamente predominante nella scena politica-culturale italiana, che bovinamente ha voluto interpretare l’esodo soltanto con gli occhi dell’ideologia e non con quelli di un popolo travagliato, con la conseguente liquidazione degli eventi giuliano-dalmati nei libri di storia con un semplice trafiletto limitato al solo “problema di Trieste”, come se noi istriano-dalmati fossimo dei marziani.
    Il misconoscimento e l’oblio storico è riuscito così bene che la stragrande maggioranza dei giovani italiani mentre sa quasi tutto sui ‘desaparecidos’ argentini e cileni, non sa quasi nulla dei fatti istriani e dalmati, e quando dico di essere nato in Istria mi sento rispondere: “Ah, allora sei slavo!”.

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