Amarcord… rosso (2)
19 Febbraio 2007 alle 00:18
Secondo episodio
Correva l’anno 1948. Il fatale 18 aprile si avvicinava e il clima si faceva rovente. Particolarmente euforici erano quelli del Fronte popolare: il momento tanto atteso stava arrivando!
Gli odiati pescicani dovevano pagare una volta per tutte la colpa dei loro malefizi.
Perciò si abbandonavano, i rossi, ad atteggiamenti di folclore truculento, dove i baffoni di Stalin la facevano da padrone. Sicchè i democristiani, nella convinzione di giocarsi forse una partita estrema, non lesinavano mezzi pur di tener lontana Bandiera Rossa.
Bisognava essere efficaci: la retorica massimalista e l’invettiva tribunizia venivano lasciate volentieri ai frontisti. In una società semplice, ciò che contano sono le situazioni ad effetto, non le chiacchiere. Questo avevano capito i pescicani, per cui decisero di giocare una carta di sicura presa sulle “masse”: lo screditamento degli avversari a mezzo di un loro compagno, che ne avrebbe raccontato, in pubblica piazza, di cotte e di crude.
Si doveva però trovare il soggetto giusto. Lo individuarono in un comunista della prima ora, ateo, dal forte livore anticlericale. Un “mangiapreti”, peraltro assai conosciuto, con un punto debole: il vino, per amore del quale era disposto a qualunque sacrificio.
Pensarono che, una volta ubriaco, sarebbe stato completamente alla loro mercè, prestandosi docilmente alla sceneggiata che avevano architettato.
Alzarono nella piazza del paese un palco enorme, sul quale campeggiava, dietro la tribuna oratoria, un gigantesco ritratto di Alcide De Gasperi.
La cosa fu preceduta da un grande battage pubblicitario: mentre il nostro tracannava un boccale dietro l’altro, nella taverna compiacente dove, a proprie spese, i democristiani l’avevano condotto, i megafoni del Biancofiore annunciavano ai quattro angoli del paese che Chirico il comunista la sera avrebbe parlato, in piazza, contro i compagni di una volta. Uno spettacolo da non perdere. Inutile dire che all’ora convenuta, nel posto convenuto, una marea umana attendeva vociante che il tradimento si consumasse.
E venne il momento.
Chirico fu portato che non si reggeva in piedi, ubriaco fradicio, assolutamente incapace di intendere e di volere.
Non senza sforzo fu trascinato alla tribuna, dove si aggrappò per non cadere.
Tutto tacque: non una voce, non un rumore.
La testa gli girava: doveva pur rendersi conto dove fosse. Ma niente gli riesciva familiare; nulla gli dicevano le bocche semiaperte di fronte a lui, le facce inebetite, i lampioni della piazza, la luna su nel cielo.
Si sforzò di cambiare visuale; si girò prima a destra, a sinistra, poi si voltò.
E qui avvenne l’imprevedibile.
Qualcosa di vagamente conosciuto lo turbò: due occhietti maligni dietro un occhialino pretesco, un naso aguzzo e grifagno, un volto imberbe da seminarista, la maschera della falsità cattolica: sì, era proprio lui, l’odiato De Gasperi, il peggiore dei nemici, il loro capo.
Ma cosa ci faceva lì De Gasperi?
Chirico realizzò immediatamente che bisognava agire: per cui, in uno sforzo supremo, strabuzzando gli occhi che non volevano saperne di aprirsi completamente, chiamando a raccolta le ultime forze, tuonò dalla tribuna: “ Compagni, il traditore è alle spalle!”
Un grido di battaglia, un incitamento alla rivolta.
I “galoppini” lo buttarono giù dal palco, mentre i compagni, fino a quel momento impietriti nella folla, risuscitarono come lazzari e si slanciarono alla ricerca del contatto fisico.
In provincia si dovette organizzare un presidio ospedaliero speciale, tanti furono i feriti e i contusi.
Senza contare i fermi di polizia, per cui non bastarono le prigioni del circondario.
Pubblicato in comunismo da Spartaco | (Letto 408 volte)
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Vuol dire che non ne scriverò più.

