Mezzecalzette e mezzetacche
5 Marzo 2007 alle 01:34
Che il sistema industriale italiano sia stato vittima di un attacco forsennato è cosa risaputa. Basta guardarsi intorno per capire che ne è rimasto poco o nulla. Sorprende comunque il modo come questo attacco è stato condotto e portato alle estreme conseguenze.
Al di là dei settori coinvolti, che vanno dalla chimica all’elettronica passando per la meccanica, sembra esserci un denominatore comune nelle operazioni di sistematico affossamento: la presenza delle mezzecalzette.
Non è detto che le mezzecalzette siano i responsabili primi del disastro, che, probabilmente, presuppone una regia organizzata a livelli diversi e con precise finalità. Le mezzecalzette sono le figure di facciata, le comparse per mezzo delle quali incontrare le suddette finalità.
Per intenderci si tratta di personaggi che sono l’esatto contrario degli uomini di valore che nel primo dopoguerra rifondarono l’industria italiana, stremata dal fascismo e dalla sua guerra insensata.
Uomini come Enrico Mattei, che pagò con la vita l’opposizione al cartello delle “sette sorelle”. Adriano Olivetti, che seppe conciliare industria e cultura in una sintesi mirabile che il mondo ci invidia. Vittorio Valletta, che allontanò gli smidollati rampolli di una dinastia collusa per fare della Fiat il colosso che sappiamo.
Ma non erano questi i patti.
L’Italia era destinata ad essere mercato di altri.
Essa, la più nordica delle contrade africane, non doveva esprimere nulla di proprio, che non fosse la chiesa cattolica, la pizza e il mandolino. Al massimo la moda e le scarpe, che con i processi industriali hanno poco a che vedere. Fu così che vennero fuori le mezzecalzette. Personaggi oscuri, usciti dal nulla, che si ritrovarono tra le mani imperi industriali da distruggere in poche battute, perchè non nuocessero.
Viene spontaneo farne una carrellata: Raffaele Ursini, responsabile del fallimento della Liquichimica; Ettore Massaccesi, quello dell’Arna per intenderci, che mise in ginocchio l’Alfa Romeo; Roberto Colaninno, che ha distrutto l’Olivetti e finirà di distruggere la Piaggio; Raul Gardini, che ha elevato la tangente a strumento manageriale screditando la chimica italiana.
Le mezzecalzette hanno fatto il loro tempo.
Hanno esaurito la loro funzione. Si tratta ora di finire l’opera, distruggendo gli ultimi residui di quel passato di grandezza. Ma per questo ci sono le mezze tacche.
Le disavventure della Ixfin sono incominciate con la mezzacalzetta Colaninno e stanno arrivando a compimento con le mezze tacche irpine.
Le mezze tacche sono personaggi ancora più abbietti delle mezzecalzette. Sono sempre espressione di un paradosso, a cominciare dall’origine.
Possono per esempio essere figli di episodi incestuosi o di rapporti illeggittimi. O di eventi luttuosi. Per esempio le mezze tacche irpine sono un sottoprodotto del terremoto del 1980.
Sono sempre bassi di statura, per una vendetta della natura verso la loro malvagità.
Hanno molti capelli, a dimostrazione di una attività cerebrale assai blanda.
Una variante della mezza tacca è il furbetto del quartierino, tipo il Coppola assicurato alle patrie galere qualche giorno fa. Generalmente non capiscono nulla di processi industriali. Però capiscono di pallone, il che gli dà credito in una società dove i piedi tendono sempre di più a prendere il posto del cervello.
Ebbene, proprio le mezze tacche si erano incaricate di portare a segno il colpo più prestigioso: l’annientamento definitivo della Fiat. L’attacco era ben congegnato: si trattava di far saltare le due roccaforti attraverso le quali il colosso torinese realizza le sue strategie di produzione industriale, vale a dire La Magneti Marelli e la CF gomma. Gli è andata male. Sono state la loro Stalingrado: il principio della loro fine.
Pubblicato in Capitalismo all'italiana da Spartaco | (Letto 487 volte)
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