Irpini brava gente!
14 Marzo 2007 alle 17:45
Ahi dura terra, perchè non t’apristi?
( Dante, Inf. XXXIII )
A Sant’Angelo dei Lombardi ci arrivai il giorno dopo il terremoto del 1980.
Con l’elmetto piumato e il fez, Bersagliere Assaltatore della Repubblica italiana.
Volevano farci portare il fucile, quando partimmo da Legnano. Ma lo Stato Maggiore decise all’ultimo momento che forse sarebbe stato meglio portare piccone e badile.
Che poi non ci servirono.
Perchè i cadaveri da sotto le macerie li scavavano i pompieri.
A noi militari il compito di trasportarli alla destinazione finale, la fossa comune che avevano allestito nel cimitero del paese.
Mi consolai: era meglio servire la patria facendo i necrofori piuttosto che correre appresso a una fanfara o cantare canzonacce oscene nello squallido cortile della caserma dove mi avevano mandato.
A Legnano. E’ vero che mi ero laureato, ma che c’entra? Dovevo diventare italiano pure io. Come dice Totò “Lei non sa chi sono io. Ho fatto il militare a Cuneo!”. Tutto sommato mi consideravo fortunato, rispetto a quelli che a Legnano ci venivano da Mazara del Vallo, che sta vicino a Lampedusa.
Quando andai a Sant’Angelo dei Lombardi non esisteva la protezione civile. Però c’era Zamberletti, una specie di Bertolaso, però con più poteri e senza il ridicolo galloncino tricolore sul bavero della giacchetta.
Tornando ai cadaveri , mentre i pompieri scavavano noi stavamo pronti con la cassa: appena il cadavere compariva, da sotto le macerie come un morto dell’eruzione di Pompei, freddato nel suo ultimo atteggiamento, noi si correva con la cassa a prelevarlo. Poi via di corsa, si fa per dire, su un camion sgangherato che mi pare si chiamasse CP 42 in ossequio al fatto che risaliva al 1942. Noi sul cassone e la bara in mezzo.
Una volta ci siamo scordati una mano. Non fu colpa nostra. Secondo me furono i pompieri che siccome andavano a Stock 84 in quella gelida notte del primo dicembre non ci vedevano bene. Successe un mezzo tafferuglio. Comunque noi la bara l’avevamo già chiusa, ma giusto per quieto vivere la mano alla fine l’abbiamo presa e l’abbiamo poggiata sul coperchio. Della bara. I miei commilitoni si misero a vomitare. Altro che Iraq. Solo io non vomitai, perchè avevo già vomitato due volte: per via della bottiglia di Strega tracannata d’un fiato per darmi coraggio prima di salire sul cassone.
Questo è il ricordo che ho dell’Irpinia. “N’Apocalisse”, direbbe Montesano.
E chi immaginava a distanza di anni di mangiare pane e veleno grazie all’Irpinia? Per via degli imprenditori Pigrecisti, che ci hanno buttato sul lastrico?
Secondo me è la vendetta della mano di quella notte. Probabilmente oltre la mano c’era anche un avambraccio. Irpino pure lui. Che noi allora non raccogliemmo e che adesso, per oscura vendetta, ci ritroviamo in quel posto.
Pubblicato in Vita quotidiana da Spartaco | (Letto 477 volte)
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