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Quando muore Berlusconi

5 Maggio 2007 alle 22:17
Spartaco

Quando muore Berlusconi non è come quando muore il papa. Morto un papa se ne fa un altro. Due o tre suore che piangono, il catafalco con il cadavere imbalsamato in piazza San Pietro e poi la fumata bianca, dopo qualcuna nera giusto per far scena. E poi via alla notte degli oscar, con l’affacciata al balcone.

Per Berlusconi sarà tutto diverso, tranne il cerone sul viso e il fard a cui non rinuncerà nemmeno da morto, per cui anche lui sembrerà imbalsamato.

Sarà una cosa memorabile, perché lo sconcerto si impadronirà di tutti.

Come quando morì don Mommo, in un paese della Calabria, che i ragazzi non furono mandati a scuola o come quando arrestarono a Casal di Principe un temibile capo-camorra dell’agro aversano, per cui la gente si riversò per strada chiedendosi smarrita: “ E adesso come faremo?”

Come faranno quelli che abitualmente usano Berlusconi come spauracchio? Quelli che dicono “fai il bravo, sennò viene Berlusconi”? Come faranno quelli che pur di sbarrargli il passo sono disponibili a confondere sinistra e centro, laicismo e clericalismo, mangiapreti e bacchettoni, ulivi e margherite, zitelle mai violate e femminazze assatanate?

La prima cosa che succederà è che si sfascerà il Partito Democratico, che nasce in funzione antiberlusconiana o comunque contro l’aggregazione che Berlusconi è riuscito a realizzare. Un po’ come gli Indiani della prateria, che si misero insieme per sconfiggere in battaglia campale il generale Custer e poi tornarono a farsi guerra tra di loro.

Mediaset scomparirà e si tornerà al monopolio della Rai: qualcuno sta anche pensando di abolire il colore e tornare al bianco e nero, perché è più suggestivo e fa onore al Neorealismo italiano.

Per gettare fumo negli occhi in nome di un falso pluralismo di pensiero e di opinione, l’attuale canaglia giornalistica berlusconiana sarà mantenuta in vita affidandola a Confindustria.

La cosa però potrebbe non durare molto, perché bisogna fare i conti con l’irresistibile vocazione degli italiani a portare al potere le figure da avanspettacolo. Il loro gusto per la macchietta non ha limiti. Lo hanno fatto per Berlusconi, lo fecero per Mussolini inframmezzati da ciccioline e altri personaggi su cui conviene stendere un velo pietoso. Per cui non è detto che morto Berlusconi non ne venga poi un altro. Fiorello è in agguato.

Pubblicato in Il nano piduista, Povera Italia da Spartaco | (Letto 701 volte)

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39 Commenti a “Quando muore Berlusconi”

Pagine: [2] 1 »

  • 39
    utente verificato Spartaco scrive:

    :cccp: Solo il Comunismo ci può salvare :cccp:
    E’ vero, ma dobbiamo dire anche il perchè. Ciò che contraddistingue la filosofia è la necessitò delle argomentazioni a supporto delle tesi. E poichè abbiamo fatto filosofia, in senso positivo, dobbiamo onorarla fino in fondo; dobbiamo cioè giustificare l’affermazione che tu, mahico, hai fatto e che io, spartaco, ho sostenuto.
    Argomentare il Comunismo non è cosa semplice, non fosse che per l’enorme moltitudine dei suoi detrattori, talmente diffusi da averli persino in casa, tra i propri figli o nella stessa moglie, per via della grande capacità del pensiero unico, che come il “blob”, l’ammasso viscoso di un vecchio film di fantascienza, tutto pervade e tutto ingoia nella sua gelatina indifferenziata.
    Paradossalmente con lui il mondo torna indietro, al Caos di Esiodo fratello di Erebo, la Notte, quella fisica e traslata che annulla l’anima e la mente. Torna all’ apeiron di Schelling, “la notte in cui tutte le vacche sono nere”, come sarcasticamente lo bollò Hegel.
    Eppure, l’argomentazione del Comunismo è la più semplice possibile, perchè il Comunismo affonda le sue radici nell’intima essenza dell’uomo, più della religione, più della sua natura di “politikòn zòon”, animale politico, come diceva Aristotele. Comunismo è guardarsi la mattina, nello specchio, senza mai sentire la voglia di sputarsi in faccia. Comunismo è onestà. Comunismo è cultura. Comunismo è lavoro, impegno per essere sempre migliori al cospetto del tribunale di se stessi.
    Io il Comunismo lo insegnerei a scuola, al posto della religione.

  • 38
    utente verificato er mahico scrive:

    La lezione che ne deriva è abbastanza semplice: nessuno possiede la pietra filosofale, in tutti i sensi. La posizione più corretta è quella dell’umiltà intellettuale: ciò che conosciamo ci serve soltanto per farci conoscere ancora di più, perchè alla prima occasione si scopre che c’è sempre altro da conoscere.
    era la conclusione che avrei voluto leggere, poichè risalta l’umiltà e la continua ricerca dell’ignoto.
    un mondo migliore è possibile.
    riguardo al Pensiero Unico come giustificazione artefatta all’atteggiamento vandalico e spregevole dei potenti, sono parzialmente d’accordo, anche se devo ammettere che i pecoroni della nostra società occidentale riescono a immedesimarsi nel principio di collettività unica solo come ‘comunità consumatrice e bulimica’ in cui sono tutti ben accetti, purchè abbiano bisaccie da svuotare in nome di vizi e futili comodità.
    molto più difficile sarebbe per l’occidente fare comunità nel vero senso della parola, dove si ci unisce cioè per sopravivere, e non per ostentare lussi (pagati a rate).
    credo che il pensiero unico, oltre che una livrea per la bassa morale e per la crudeltà, sia anche inattuabile poichè per pochi ricchi a cui non manca niente necessitano per forza di cose una massa di gente alla fame.
    e sicuramente chi ha fame non si mette a inneggiare la politica e gli stati che gli tolgono la dignità di vivere.
    questo perenne disequilibrio porterà solo al rovesciamento della nave chiamata umanità.

    c’è spazio per tutti, per vivere bene tutti, ma non ci sarà mai spazio per l’ingordigia di tutti.
    gli sfruttati della terra stanno per presentare il conto ai propri sovrani, e questi potenti, che sono particolarmente tirchi, faranno pagare il saldo ai pasciutti fortunati dell’occidente. Anche la guerra di religione è un modo per evitare che i capi si prendano le loro responsabilità.
    il peccato più grave di questo sistema economico mondiale è la continua ricerca della zizzania e la fomentazione all’invidia o all’apatia.

    :cccp: Solo il Comunismo ci può salvare :cccp:

  • 37
    utente verificato Spartaco scrive:

    Il family day al telegiornale l’ho visto e fa decisamente schifo.
    Con quelle canzoni tutta pappa e ciccia, le famiglie numerose degli invasati seguaci del “crescete e moltiplicatevi”, i palloncini, i preti in tenuta da sbarco, gli spiritati che gridano alleluja e Pezzotta che non si è mai capitato da che parte sta.
    L’unico decente era Berlusconi, perchè teneva in mano una copia del Manifesto.
    Comunque…
    IL PENSIERO UNICO
    Il Pensiero Unico non c’entra nulla con la filosofia o con altre genuine manifestazioni del pensiero umano. Gli è che i capitalisti sono troppo impegnati dalla mattina alla sera a far soldi e fottere il prossimo, per cui non hanno tempo da perdere appresso a simili bazzecole. Anche perchè il capitalismo è un fenomeno spontaneo, senza leggi, che procede in modo casuale e in quanto tale non ha bisogno di alcuna base ideologica. Sono altre le cose che gli servono: le banche, la polizia che deve tenere a bada i rapinatori, gli eserciti per fare le guerre e garantirsi il petrolio, ecc.
    Per cui è molto probabile che il Pensiero Unico sia una qualche scimmiottatura tirata fuori “a consuntivo”, giusto per dare una dignità pseudo intellettuale a un fenomeno fondamentalmente rozzo e anarcoide quale appunto il capitalismo è.
    Fatta questa premessa, il Pensiero Unico si presenta come una sorta di marxismo alla rovescia. La premessa è la stessa, ma le indicazioni sono opposte.
    Per fare una esempio calzante, è una specie di Messa Nera. Per fare la Messa Nera ci vogliono tutti gli ingredienti della messa normale: il prete, il messale, le ostie consacrate ecc. Però la celebrazione è fatta all’incontrario, le formule si pronunciano dalla fine andando verso l’inizio e nel momento chiave, che è quello della consacrazione eucaristica, si fa avvenire la “transustantazione” nella vagina di una donna, appoggiandovi sopra o infilando (questo non lo so perchè non ci ho mai assistito) l’ostia che, si badi, deve essere stata consacrata durante un rito normale da parte di un prete normale. E’ questo il motivo per cui nelle chiese esiste il tabernacolo: per mettere sotto chiave le ostie, sennò le rubano per fare il rito satanico.
    Il Pensiero Unico parte dall’affermazione che l’economia è la struttura della realtà e in quanto tale, viene prima di tutte le altre cose che ad essa, e quindi al mercato, devono informarsi. Quindi la politica, la legge, l’organizzazione dello stato, e chi più ne ha più ne metta, debbono lasciarsi condizionare dal mercato e dalle sue regole.
    Vale quello che diceva Henry Ford: tutto quello che è corretto sul piano economico lo è anche sul piano morale.
    Personalmente ne ho abbastanza.

  • 36
    utente verificato Spartaco scrive:

    Dopo l’intermezzo di Swampthing, che ci ricorda che lui sente e vede tutto, con la sua paterna approvazione passiamo a qualche conclusione circa le cose fin qui dette.
    Per come la vedo io, il problema dell’interazione pensiero-realtà è chiuso da un pezzo nella storia della filosofia. Kant l’ha risolto senza possibilità di appello alcuno. Questo non significa che la metafisica è stata distrutta. Ci sono comunque quelli che credono ai maghi e alle fattucchiere, per non dire altro; ma questo è un problema loro: “Quos Deus perdere vult, dementat prius” che significa letteralmente che dio scimunisce “preventivamente” quelli che vuole abbandonare al loro destino.
    Quand’anche poi si volesse far riferimento esclusivamente al pensiero , per sfuggire alle trappole della realtà, si è appurato che anche il pensiero, strutturato logicamente, porta alla contraddizione, che si può superare solo uscenda dal pensiero creando un altro pensiero.
    La lezione che ne deriva è abbastanza semplice: nessuno possiede la pietra filosofale, in tutti i sensi. La posizione più corretta è quella dell’umiltà intellettuale: ciò che conosciamo ci serve soltanto per farci conoscere ancora di più, perchè alla prima occasione si scopre che c’è sempre altro da conoscere.
    E questo l’aveva detto Socrate duemilaecinquecento anni fa: “Vero saggio è chi sa di non sapere”
    Possiamo così occuparci del pensiero unico. Ma mi debbo andare a vedere il family day, al telegiornale. Riprendiamo dopo.

  • 35
    utente verificato Spartaco scrive:

    @ swampthing
    Non te l’aspettavi, eh?
    Intanto, come si dice qui, i foderi combattono e le sciabole stanno appese.

  • 34
    utente verificato swampthing scrive:

    cmq voi due siete sorprendenti. :)

  • 33
    utente verificato swampthing scrive:

    ma per spiegare il paradosso di Epimenide dovevi proprio tirare in ballo Calogero?! :roll:

  • 32
    utente verificato Spartaco scrive:

    Mitico!
    Se andiamo avanti così, dobbiamo chiedere a Swamp di portare questi post a Feltrinelli o a Laterza: loro si fanno fare una consulenza da Massimo Cacciari e ci appiccicano il copyright , finanziando il blog.
    Ma Swamp dirà che non gli serve.
    Comunque noi si continua lo stesso.
    L’errore nella misura cui tu fai riferimento è un errore “fisico”. Con cui bisogna fare i conti al punto tale che l’errore, diventando un intrinseco della misura, può portare a un principio di “impossibilità”. Non posso parlare dell’orbita dell’elettrone intorno al nucleo se, mentre vado a determinare la posizione dell’elettrone, ne altero, con il mio strumento, la velocità. Non posso allo stesso modo determinarne la velocità se, mentre lo faccio, ne altero la posizione. E’ il principio di indeterminazione di Heisenberg. Questo costringe all’introduzione del concetto di probabilità: è più o meno probabile che l’elettrone si trova in un certo puntoinvece che in un altro, ma non è escluso che possa trovarsi in quell’altro, il che porta alla sostituzione dell’orbita elettronica del modello di Bohr con quella di nube elettronica, basata sulla funzione “psi” ( la lettera greca-ma non so come caxzzo si fa qui a eccitare l’alfabeto greco). “psi” di per sè non significa nulla, però “psi” elevato al quadrato è la probabilità di trovare in quel punto, di determinate coordinate, l’elettrone.
    Questo ragionamento sembrerebbe spingere verso la compiuta perfezione del pensiero. In effetti, l’errore sembra essere legato al fatto che “la natura ama nascondersi”, come diceva Eraclito. Da qui la tentazione di rifugiarsi nel pensiero . Obbedendo soltanto alle leggi del pensiero, che sono i principi della logica, dovremmo essere in grado di creare un sistema perfetto.
    La grande illusione della matematica.
    Il compianto prof. Peano, piemontese, figlio di gente modesta, che si era fatto 14 km al giorno in un senso e 14 in senso opposto per andare a scuola tutti i giorni e diventare forse il più grande matematico di tutti i tempi, ancora si rivolta nella tomba.
    Perchè?
    Perchè nel pensiero, nel momento in cui si trasforma in sistema logico, è sempre e comunque presente un errore. Da qui l’impossibilità di costruire una macchina pensante o un automa: questo assomiglierà in tutto e per tutto all’uomo, potrà camminare, dipingere, suonare ma mai pensare come pensa lui, l’uomo.
    Per via di una impossibilità, sancita dal teorema di Godel, che enuncio in forma semplice: “qualunque sistema logico intrinsecamente coerente presenta almeno una proposizione che è contemporaneamente vera e falsa nel sistema, ossia indecidibile”. Per tagliare corto, facciamo un esempio.
    Ammettiamo che esista un postante di Terrorpilots, tanto per fare un esempio (speriamo che non si incazza!) Calogero, il quale a un certo punto faccia un’affermazione di questo tipo:
    “TUTTI I POSTANTI DI TERRORPILOTS SONO BUGIARDI”.
    Allora o l’affermazione di Calogero è vera, o è falsa.
    Ammettiamo che Calogero dica il vero. Ma, se dice il vero, poichè anche lui è un postante di Terrorpilots, vuol dire che è vero che anche lui è un bugiardo. Ma un bugiardo vero non può dire una cosa vera. Quindi l’affermazione di Calogero dobbiamo escludere che sia vera.
    Allora l’affermazione di Calogero è falsa. Quindi Calogero dice il falso. Esattamente secondo l’affermazione, perchè lui è un postante e non può che dire il falso, per cui l’affermazione è vera.
    Ma allora è vera o è falsa?
    Ecco dunque la contraddizione, o meglio, la proposizione “indecidibile”.
    Però adesso si è fatto tardi. Continueremo un’altra volta .

  • 31
    utente verificato er mahico scrive:

    Quando studiavo misure elettriche, ed ero discretamente bravo, si proponeva prima di ogni misurazione la divisione tra due errori, quello sistematico e quello relativo.
    quello sistematico faceva parte del sistema stesso, cioè pur misurando alla perfezione gli elementi, essi sono ‘falsati’ dalla misura stessa, è come dire che nel momento in cui si tocca una barra di ferro per misurarla, il calore delle mani seppur minimo, la dilata al momento della misurazione, e una volta lasciata, ritorna alle dimensioni originali.
    l’errore relativo è più semplice da capire, basti pensare che a occhio nudo si può apprezzare una variazione solo se superiore a mezzo mm, con una lente al decimo di mm e via sempre più precisi, ma sempre avendo un minimo di scarto, o di campo, su cui poter considerare la misura valida.
    il metro universale del pensiero ha entrambi questi errori.
    troppe variabili inducono una quantità infinita di errori sistematici, e il continuo avanzare delle tecniche di lettura inducono a errori relativi sempre più stretti, ma che contemporaneamente fanno ricominciare da capo tutti gli studi, poichè rendono ‘inadeguati’ tutti i precedenti esperimenti.
    il discorso che Ippaso pubblica, altri non è che l’accusa della ricerca della perfezione della realtà. Anche se i teoremi sono giusti, la materia è immisurabile, a meno che non si accetti una imperfezione nelle capacità umane, che rendono accettabile la dimostrazione teorica di ogni formula.
    Se è stato dimostrato che l’uomo non sa ancora misurare/calcolare nella sua interezza l’integrale di joule (la formula del campo di un solenoide elettromagentico), come mai potrà chiudere la mente umana dentro uno schema preesistente? è chiaro che il pensiero unico può dare una direzione, ma poi avrà mille ‘flussi secondari’(per assurdo misurabili, ma non descrivibili), o effetti’ terza armonica’(ininfluenti singolarmente, ma che si sommano e creano disturbi).
    Credo che tutta la filosofia dovrebbe capire che c’è grande errore sistematico all’interno dell’uomo, e anche quando si annulasse l’errore relativo, si capirebbe solo che nel momento in cui si studia l’anima, la si cambia.
    e più celermente la si analizza, più varianti essa prende.

    Nota: molti numeri irrazzionali si semplificano con frazioni semplicissime alla lettura, tipo V2/2 = un numero quasi infinito di 45000 cifre. Questo semplice esempio fa capire che dietro un numero, (ma chiamiamolo pure pensiero) infinitamente complicato o lungo, potrebbe esserci una semplice frazione, ovviamente basta una sola cifra sbagliata nella lettura nel numero irrazzionale che i suoi fattori della frazione rimaranno ignoti o errati.

    fulgido esempio di come la realtà tanto inseguita per essere ingabbiata in un principio unico è invece sempre in fuga dai nostri schemi è la differenza tra ammoniaca e acqua: hanno la struttura simile , il reticolo cristallino si differenzia di soli due gradi (acqua:107°, ammoniaca:105°) ma le loro capacità sono totalmente differenti, sia nella solidificazione che nell’evaporazione.
    Se si fosse proceduto per via teorica e matematica i risultati avrebbero messo
    le due sostanze quasi equiparate, ma la realtà con cui sono state studiate fin dall’inizio hanno dedotto senza sè e senza ma che sono completamente diverse.
    Credo che il pensiero debba essere studiato non solo come entità a sè stante, ma come interazione della materia.
    Mi spiego meglio:
    “io penso quindi sono, esisto” (in latino suona meglio)
    ma allora è valido anche “esiste, quindi penserà, ragionerà, reagirà” e vale per tutto anche per le cose inanimate, seppur in maniera minore o trascurabile.

    Però vorrei aggiungere un’ultimo esempio,sperando di non cadere nel banale.
    immaginate un uomo. fate finta che abbia una gamba artificiale, poi due, poi gli organi, poi tutto il corpo è artificiale…..fino a quando si può considerare umano? se si prende una persona e questa diventa completamente artificiale, magari come un software, non è giusto considerarla umana? ragionerà sempre, avrà pensieri e sentimenti.
    In cronache marziane, dei misteriosi globi azzurri si confrontano con un prete, ma molto brillante e aperto all’ignoto, questi altresì non sono altro che anime eterne dei passati abitanti di marte.
    il prete considerava la possibilità di dover riguardare la fede e la dottrina stessa per via della realtà mutevole, poichè nuove forme di vita implicano nuove forme di peccato, e nuove forme di carità, caso volle che incontrò i misteriosi globi volanti.
    Essi, che erano quasi pensiero puro senza materia, dissero senza mezzi termini: “non abbiamo bisogno dei vostri codici,leggi e regolamenti, poichè siamo consapevoli che siamo eterni, e qualunque problema lo risolviamo col tempo a nostra disposizione e quello che le vostre leggi non concernano, noi lo sappiamo già.”
    Se la filosofia cerca soluzioni semplici per il meccanismo del pensiero, la risposta dei globi azzurri mi sembra la più azzeccata.

  • 30
    utente verificato Spartaco scrive:

    Giusto. Per dirla in termini un poco più tecnici, il problema di Hegel e dei professionisti della filosofia come lui è sempre consistito nella strutturazione del pensiero in un “sistema filosofico”, che in realtà finisce per sminuirlo. Perchè?
    Perchè non è possibile spiegare tutto alla luce di un unico principio. Se sono avvincenti e illuminanti le pagine di Hegel che riguardano la logica e la dialettica, risultano invece estremamente penose le argomentazioni con cui Hegel tenta “fisicamente” di far discendere la materia, nella sua concretezza corposa, dallo spirito, nella sua immaterialità come generalmente lo concepiamo. A questo passaggio lo obbligava appunto la necessità di costruire “il sistema”.
    Questo approccio è antichissimo: risale a quando l’uomo ha cominciato a ragionare e ragionando ha scoperto l’esistenza della ragione. Che gli consentiva una cosa molto comoda: di semplificare la realtà. In altri termini, l’uomo ha subito ricercato modelli interpretativi il più possibili omnicomprensivi in cui racchiudere la realtà. Semplifica che ti semplifico, ha ridotto il mondo in un certo numero di cose e il loro contrario. E qui il colpo finale: la “reductio ad unum”, ossia il superamento del molteplice attraverso l’Uno.
    Questo approccio è intrinseco nel modo di ragionare dell’uomo ed è perverso. Perchè? Perchè ben venga la semplificazione della realtà, attraverso il modello. Ma la realtà deve restare la realtà e il modello deve restare il modello. Invece molto spesso si confonde la realtà con il modello, pretendendo che sia la realtà ad adeguarsi al modello. Per questo i ponti crollano, anche se ben calcolati. Perchè il calcolo si basa su un modello (quello matematico) che non coglie la realtà nelle sue infinite sfaccettature. Prendi la cosa propedeutica al discorso dul pensiero unico. Anzi, perchè i concetti esposti siano più chiari, ti passo quest’altra pillola, che ho scritto e che far parte di quel ciclo dei maledetti” che ho forse accennato.
    ________________
    IPPASO DI METAPONTO
    Ippaso, chi era costui? Un pitagorico della scuola di Metaponto. Secondo
    una leggenda fu affogato in mare perché così arrivasse a compimento la terribile maledizione scagliata contro di lui da Pitagora e i suoi adepti.
    Quale dunque la colpa per meritare una fine così crudele?
    Proseguiamo per gradi.
    Diceva Pitagora che il numero è centro e misura di tutte le cose: in esso si esprime la mirabile armonia dell’universo.
    In tal senso Pitagora è tra i caposchiera di quell’approccio filosofico autoreferenziale che tanto danno ha prodotto nella storia dell’uomo .
    La tendenza di riferire la realtà alle categorie della mente pretendendo che sia la realtà ad adeguarsi al pensiero piuttosto che il pensiero alla realtà deriva da una visione presuntuosa e integralista che nel migliore dei casi porta all’errore, se non alla prevaricazione. L’uomo tende a proiettare nella realtà i suoi artifici mentali, i dualismi del tipo dell’uno e del molteplice, del finito e dell’infinito, il positivo e il negativo, il vero e il falso, ignorando che fra il bianco e il nero ci sono infinite tonalità di grigio.
    E questo non succede solo ai filosofi : quanti tecnici non hanno capito che differenza passa tra la realtà e il suo modello, tra il divenire dei fenomeni e la legge che li aritmetizza, approssimandoli.
    Quanti scienziati non hanno capito che la presunta simmetria dell’universo, che così affannosamente si cerca di dimostrare, è una forzatura del nostro intelletto, che vuole vedere le cose anche là dove non esistono, in nome di un principio astratto e metafisico che con la natura non ha nulla a che fare.
    Come Parmenide nell’essere, Platone nell’idea, Hegel nello spirito, nel numero Pitagora pensava di aver trovato la chiave di volta della realtà. Il numero, nella sua assoluta astrattezza, si prestava alla costruzione mistica che spiegasse tutto e il contrario di tutto. Ma, come spesso succede ai fabbricanti di misticismo, il mostro s’è rivoltato contro il suo inventore: nel numero una profonda contraddizione, tanto profonda da apparire irrazionale e anzi essere bollata come tale.
    Questa la colpa di Ippaso: aver resa pubblica la contraddizione,che avrebbe invece, in ossequio al carattere esoterico e settario della scuola, dovuto rimanere segreta.
    Quale contraddizione?
    Si è detto che secondo i pitagorici il numero è centro e misura di tutte le cose: anche il lato di un quadrato e la sua diagonale devono potersi esprimere come misura rispetto a una comune unità. Deve cioè esistere un segmento più piccolo per cui si deve poter dire che il lato è uguale a emme volte questo segmento e la diagonale enne volte. Ebbene, per quanti tentativi si facciano, questo segmento non si trova, per il semplice motivo che non esiste. Si dice, cioè, che la diagonale di un quadrato e il lato sono grandezze incommensurabili: il numero che ne rappresenta il rapporto non è esprimibile sotto forma di frazione. E’ un numero con la virgola, con una stranezza che manda in frantumi la mirabile armonia pitagorica: non è periodico, nel senso che le cifre si susseguono in modo casuale dopo la virgola, non secondo una successione ripetitiva che si chiama periodo.
    Un numero di questo tipo si chiama irrazionale.
    Una situazione del genere si è ripetuta tutte le volte in cui l’uomo ha creduto di raggiungere la perfezione attraverso una costruzione logica astratta, come quella numerica. Anzi esiste un teorema, di Godel, che fa definitivamente giustizia dell’assurda pretesa di costruire, almeno su base numerica, un modello perfetto, che in quanto tale ha diritto di preesistere alla realtà: per quanto ben strutturato e intrinsecamente coerente sia un sistema logico , esiste almeno una proposizione che è contraddittoria in quel sistema, nel senso che risulta vera e falsa contemporaneamente, ovvero indecidibile.
    Casi clamorosi di confusione del pensiero con la realtà sono Sant’Anselmo e Cartesio. Il primo sostiene che basta pensare a un essere perfetto perché questo esista: infatti, essendo perfetto, non può mancare dell’attributo primo della perfezione, che è l’esistenza. Il secondo, partendo dal “cogito, ergo sum”, finisce con “l’incartarsi” nel dualismo res cogitans-res extensa: dal pensare scaturisce la realtà del pensiero, non della materia. Risultando vani tutti i tentativi di spiegare come dal pensiero possa originarsi la materia (toccò anche ad Hegel), Cartesio si inventa un posto dove le due cose si toccano per conciliarsi e superare la contraddizione che invalida il sistema: la ghiandola pineale, oscuro particolare anatomico da molti individuato nel “timo”.
    Quale dunque la lezione? Che la realtà è quella che è, indipendentemente da come noi la pensiamo, la vogliamo e l’approssimiamo.Che essa preesiste al pensiero, che viceversa se ne informa per poterla trasformare, dando corpo all’azione che fa muovere la storia (prassi).

  • 29
    utente verificato er mahico scrive:

    Se il metodo di approccio è meritevole, allora i risultati del singolo filosofo possono venire discussi, ma non la struttura che li hanno creati.
    il pensiero umano viene sempre viziato da bisogni che con l’ideologia c’entrano poco o nulla, ma se Hegel riesce a scindere le due cose come nessuno aveva fatto mai, allora forse sì, lui ha dato la base per concepire realmente la rivoluzione.
    vorrei chiederti quando si cominciò a delineare la tesi del “pensiero unico”.
    potrei cercarlo nel web, ma una spiegazione tua sono convinto sarà molto più chiara.
    :)
    grazie in anticipo.

  • 28
    utente verificato Spartaco scrive:

    Hegel e la politica

    Si è detto che Hegel è il filosofo della presunzione. Di fatto è lui stesso ad affermarlo:” Io sono l’ultimo dei filosofi”, come a dire con me tutto quello che c’era da capire si è capito. Indirettamente Marx gli dà ragione, quando dice i filosofi hanno interpretato la realtà, ora si tratta di cambiarla. Alla luce di cosa? Secondo Marx proprio alla luce delle cose che Hegel aveva insegnato. Non il suo sistema, che in quanto tale, è estremamente vulnerabile, ma il suo metodo.
    E’ nella dialettica storica il gtande contributo di Hegel.
    Che quindi, caro er Mahico, spiana la strada alla rivoluzione e al riscatto dei popoli.
    Quindi , piaccia o no, l’antesignano del socialismo, quello vero, scientifico e pragmatico, non utopistico, è Hegel.
    Gli si possono attribuire anche cose di destra, ma questo non significa nulla.
    E’ come un microprocessore. Chi può stabilire in linea di principio quello che è in grado di fare? Dipenderà dai programmi che si faranno girare.
    Lui, il micro, resta fondamentalmente inesplorato: si rivelerà nella sua potenzialità quando farà girare programmi la cui complessità costituiscono per lui un invariante.
    Hegel è il micro della storia del pensiero.

  • 27
    utente verificato Spartaco scrive:

    Forse sì
    Hegel rappresenta il filosofo della presunzione.
    Il suo atteggiamento intellettuale è di estrema arroganza.
    In una qualche maniera la sua è una filosofia positiva: lasciando che lo spirito si manifesti in maniera progressiva nella storia, si perviene alla concretizzazione dell’assoluto, che è lo Stato, inteso da Hegel come l’entità “in cui tutte le individualità si confondono”. In questa maniera Hegel porta a compimento un vecchissimo percorso iniziato nella filosofia dai tempi di Parmenide e della grande scuola eleatica meridionale: la riduzione del molteplice all’uno.”L’essere è, il non essere non è e non può essere pensato”. Il grande inghippo di questo approccio filosofico è la conciliazione dello spirito e della materia, del pensiero e della realtà, il superamento del dualismo “res cogitans-res extensa”. Tutti quelli che ci tentarono si incartarono. Il caso più clamoroso è quello di Cartesio, che secondo me si chiamò così perchè si incartò. Come si fa a far discendere la materia dallo spirito? Cartesio si inventa un posto dell’organismo umano dove queste due entità si toccano e si confondono tra loro: la ghiandola pineale, un non ben identificato organo che secondo molti dovrebbe essere il timo. Il problema fu magistralmente liquidato da Kant: ciò che esiste è la realtà ed esiste nella misura in cui la conosciamo.
    Ossia la realtà esiste nella misura in cui è in grado di eccitare la nostra percezione sensibile. Se una cosa non è in grado di entrare nella sfera dei nostri sensi, dobbiamo dire, per Kant, che quella cosa non esiste.
    Straordinario! Il discorso poteva chiudersi lì.
    La missione era compiuta. Con la sua intramontabile “Critica della ragion pura”, Kant aveva distrutto la metafisica e tutto il ciarpame delle filosofie precedenti, da Platone a Cartesio, fino a Leibniz e Spinoza.E aveva distrutto Dio. Ma questo non poteva andar bene. Allora ( e questo è l’errore di Kant che io non gli perdonerò mai) la metafisica uscita dalla porta rientra dalla finestra, con l’artificio del noumeno, che Kant pone come problema: può cioè esistere una realtà che è tale “in sè”, cioè indipendentemente dal fatto che noi la conosciamo? Kant si ritenne scaltro: pensò che il suo problema rimanesse a puro livello di artificio onde recuperare, nella “Critica dlla ragion pratica”, la metafisica in forma di etica. Ma gli è andata male. Perchè il noumeno diventerà l’Assoluto di Hegel, che riporterà la filosofia ai tempi di Platone.

  • 26
    ezio scrive:

    Ma che cazzo dici. Una cosa e’ l’opinone del singolo individuo, l’altro e’ la vita. Io sono e saro’ sempre per la vita, e nella vita ci sta anche chi e’ avversario. Altrimenti che monotonia sarebbe. Tu avvisa in tempo e se magari sai anche sciare, ci sara’ da divertirsi.

  • 25
    utente verificato er mahico scrive:

    Anche Rousseau anticipò uno stato ‘illuminato’ ma al contempo realista coi problemi, cercando di risolverli.
    “.. elaborando la teoria dello “stato di natura” e ponendola a fondamento di un nuovo contratto sociale - anticipi le preoccupazioni della sociologia moderna per la condizione di anomia e di disintegrazione del sistema dei valori che sarebbe propria della società industriale avanzata ..

    Hegel mi sembra invece una persona col pensiero che tende alla rassegnazione ,incapace di azzardare una rivoluzione popolare o a una sua base per il futuro sempre nel popolo, per via della netta divisione (per di più giustificata dalla mente umana, a suo dire) tra ‘Cosa in sè’ e Fenomeno,divisione che porta alla conclusione che siccome tutto cambia ma non nè abbiamo nè coscienza nè influenza, anche la politica prima o poi cambierà da sola, e si spera, in meglio (magari).
    Sbaglio su Hegel?

  • 24
    spartaco scrive:

    @ ezio
    Allora se vengo in alto adige non mi accogli più?
    Dai, non ti arrabbiare, che prima o poi ci vengo. Ma tieni il cane a bada.

  • 23
    spartaco scrive:

    @ er mahico

    Non lo so. Forse Epicuro e Democrito rappresentano per Marx un pretesto, che gli consente di sferrare già dai tempi della laurea un colpo poderoso alla filosofia dello spirito di Hegel. Si tratta del dualismo pensiero-realtà che Marx ribalta in termini di priorità. L’empiria di Epicuro incarna la realtà che informa il pensiero e lo ravviva, lo potenzia nella sua capacità pragmatica di trasformazione del mondo. Il dogmatismo di Democrito incarna il pensiero che si crede preesistente alla realtà e che trova la sua giustificazione “ex principio interno”:in altri termini lo sciagurato concetto del “noumeno” kantiano, che, posto da Kant come “problema”, diventa “sistema” in Hegel.
    Che appunto questa sia la quistione si riafferma nel passaggio per cui Epicuro è il più grande illuminista dell’antichità. Un altro pretesto: Marx sfata il luogo comune dell’identità illuminismo-razionalismo. Agganciando l’illuminismo all’empiria di Epicuro, sottolinea la valenza pragmatica dell’illuminismo, che trasforma la realtà spianando la strada alla Rivoluzione.
    Perchè l’illuminismo è anche, per Marx soprattutto, Enciclopedia.

  • 22
    ezio scrive:

    Quindi per te, caro spartaco, il berlusca e’ gia con il piede nella tomba, Come fai intendere, hai gia scelto grisantemi per lui, e descrivi l’angoscia dei suoi sostenitori . Poi vedi la fine di madiaset e il rafforzamento della rai. E infine, e questo e’ veramente assurdo,sara’ la causa dello sgretolamento del Part. Democ. Che e’ gia’ morto ancor prima di nascere, perche’ sono cosi’ coglioni, che non hanno pensato , al problema di chi mettere alla dirigenza del partito. Ma voi, rivoluzionari da strapazzo, la democrazia , la combattete o la ricercate. Perche’ da come ti esprimi con la penna, il regime totalitario ce l’hai nel sangue, e di liberta’ sicuramente, non ne concederesti, se non hai tuoi raccomandati.
    Dimenticavo, che di ciccioline, il tuo governo, ne ha piu’ di una e fanno anche schifo. Comunque non ti disperare, che ti fanno eco una sacco di compagni, come leggo.

  • 21
    utente verificato er mahico scrive:

    Ecco la grande colpa di Lucrezio!
    aver affermato che anche un dio può essere studiato e addiritura riprodotto artificialmente dopo lunghi studi, poichè niente è esente da un principio, regola o limite naturale.
    poichè se tutto in natura può variare, e se la natura comprende tutto, dei compresi, allora niente è stabile per sempre, o per lo meno, niente è inspiegabile all’infinito, neanche una sedicente divinità.
    forse Marx voleva far intravedere Democrito come le tante figure borghesi del tempo, che tendono all’immobilismo per quieto vivere, ma che afferrano al volo i cambiamenti (facendoli propri indebitamente) quando questi rappresentino un nuovo sigillo al loro potere.
    Lucrezio e Democrito alla fine coincideranno, ma uno lo fa anche quando politicamente è sconveniente, l’altro, cambierà o ridimensionerà la libertà di pensiero critico verso il divino al primo sintomo di lesa maestà.

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