Noi non siamo, fortunatamente, americani (II parte)
20 Dicembre 2007 alle 09:14
Dove eravamo rimasti? Ah, alla flessibilità.
Parlando in concetti macroeconomici la capacità di adattarsi a lavori diversi, situazioni diverse, è una garanzia di successo, dicono gli economisti alla Brunetta, per intenderci. Ma successo di chi? E per chi? Ma per le imprese, certamente, per renderle competitive, eh! Noi italiani, più di chiunque altro, dovremmo ricordarlo bene: le risorse più importanti di una qualsiasi impresa sono i suoi lavoratori. Si, le sue risorse umane. E noi, che abbiamo unica materia prima la nostra creatività, noi, conosciuti nel mondo per il nostro ingegno, abbiamo i peggiori economisti.
Chi non sa valorizzare i propri punti di forza è un perdente. Per cortesia ditelo a Brunetta e amici, che senza persone qualificate, senza esperienza, senza attaccamento e condivisione della mission della propria azienda, non si cresce ma si inizia un lento declino. Se la flessibilità, ed è così che la vedono i capitalisti italiani, è solamente un risparmio di costi, allora i nostri industriali dimostrano di volere spolpare le aziende come hanno sempre fatto in passato. Un precario è innanzi tutto una persona, qualche volta con famiglia, a volte senza perché non può permettersela.
L’Italia è un paese culturalmente diverso dagli altri paesi, europei compresi. Non ci sono che poche grandi industrie, la maggior parte del tessuto economico è formato da piccole e medie imprese. Ricordo una diatriba tra noi e gli spagnoli, dove Formigoni difendeva, per una volta a ragione, l’italianità e rimarcava che il nostro modello era vincente e poteva reggere l’urto della globalizzazione. Io, che sono lombardo, ho molti esempi di piccole e medie imprese vincenti. Il segreto? La flessibilità. No! non quella dei lavoratori precari, no. Ma la capacità delle aziende a investire in risorse umane in primis, in ricerca e sviluppo, in qualità, nella loro flessibilità al mercato, questo si. Quando si coinvolgono i lavoratori ed insieme a loro si costruisce il futuro le aziende funzionano, sono competitive. Quando invece si vogliono sfruttare le persone, quando si mercificano non solo non si fa il bene della propria attività, ma si reca un danno alla collettività. Un lavoratore precario, senza futuro, non può permettersi di investire, di spendere e così l’economia interna rallenta, i consumi crollano. E tutti, indistintamente, ci perdiamo.
Ricordo solo che Robert Solow, premio nobel per l’economia, che per quanto eterodosso resta un neoclassico, afferma che la realtà dei sistemi capitalistici si snoda su due rappresentazioni errate: quella Keynesiana secondo cui l’occupazione è legata a fattori macroeconomici, e quella classica che afferma che i posti di lavoro ci sono occorre solo ridurre i salari. La conclusione cui giunge è un monito ; la riduzione della disoccupazione, della spesa pubblica, della povertà sono obiettivi difficilmente conciliabili. A meno di trovarsi nel paese delle favole, raccontatoci da Berlusconi. Traete voi le vostre conclusioni, io vi dico che la flessibilità, così come intesa dai nostri benpensanti, porta precarietà. Prendete un libro, imparate l’abc, non basta ma imparatelo, perché voi dovete pagare il prezzo. Investite nella vostra riqualificazione.
Pubblicato in lavoro da primlug | (Letto 3012 volte)
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