L’impossibilità di riformare il sistema, tra i legittimi interessi di parte e quelli del Paese
28 Gennaio 2008 alle 13:38
“Occorre andare a votare con questa legge elettorale che è una buona legge”. Cosi’ pochi giorni fa Silvio Berlusconi a crisi inoltrata, anche se fino al giorno prima discuteva con Walter Veltroni su un’eventuale riforma.
Fini invece, ha raccolto le firme per un referendum che abroghi parte della legge, modificando così il sistema elettorale. Evidentemente questa legge non gli piace. Invece pure lui adesso vuole votare. La ragione è ovvia e presto detta: a destra si sentono la vittoria in tasca e vogliono votare al più presto.
A sinistra invece si punta a un governo che faccia perlomeno uno straccio di riforma sul voto e poi magari andare alle elezioni. A parte i partiti più piccoli dell’alleanza, Idv, Pdci, RifCom, Dini e Verdi.
Dietro queste richieste si nasconde (male) il legittimo desiderio di veder sopravvivere la propria formazione politica, un po’ per interesse di bottega, un po’ per l’intima convinzione di chiunque faccia politica attiva: che la propria formazione sia necessaria per il Paese e che senza, le cose andrebbero sicuramente peggio.
Secondo me però, arriva un momento storico nella vita di ogni nazione, in cui un sistema politico deve avere il coraggio e la forza di riformare se stesso, creando un sistema più aperto all’entrata di nuove formazioni, significativamente rappresentative di una parte della popolazione e dei suoi interessi, o viceversa più chiuso alle formazioni minoritarie, a seconda delle necessità dettate dal momento stesso. Bisogna ritrovare un compromesso tra un’esigenza di rappresentatività parlamentare del corpo elettorale e l’efficacia che deve avere un’azione di governo. La prima si ottiene lasciando accesso a tanti partiti che rappresentano un po’ tutti, fino al paradosso del partito famiglia di Ceppaloni. La seconda riducendone il numero in parlamento.
Ma un sistema che riforma se stesso, che decide di automutilarsi, lo può fare solo in nome di un’interesse superiore: l’interesse generale, che non e’ di destra, sinistra o centro, ma è la necessità di uscire dallo stallo, dall’inefficacia, dall’inefficienza che paralizza uno stato. Per farlo ci vogliono uomini coraggiosi e lungimiranti che sappiano spiegare a tutti in maniera chiara la strada da intraprendere. E che sappiano pure rischiare qualcosa di proprio. Una razza che in Italia scarseggia.
In Italia abbonda, principalmente, la categoria che si preoccupa di salvare la vita al proprio partito. E anche se ritengo assolutamente legittima questa aspirazione - che poi è uno dei mandati del segretario - non posso fare a meno di chiedermi fino a che punto di crisi dobbiamo arrivare, per vedere riformato il sistema, con la prevalenza dell’interesse nazionale in subordine dell’interesse particolare.
Pubblicato in Politica da calogero | (Letto 6195 volte)
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