eXTReMe Tracker

dotArchivio della Categoria 'lavoro'

()

starDiritto di Voto (si fa per dire)

14 Aprile 2008 alle 20:12
er mahico

Exit Poll direttamente dalla “Fazenda Mahica”.
Campione di persone intervistato: 100% (non ne ho lasciato scappare manco uno)
donne: 60%
uomini: 40%
ed ecco i risultati:
la maggioranza di precari sottopagati e lontani millemila km da casa hanno già preso i sudatissimi gg di permesso per pasqua, indi per cui si guardano bene da chiederne altri al principale o direttore di turno, oltremodo il viaggio è in treno per motivi economici, e lo stato aiuta al 60%, aereo manco a parlarne, quindi NISBA VOTO.
molto distaccata ma seconda come preferenza in ordine di grandezza c’è incredibilmente IDV con 2 voti, rispettivamente da un’ex lega padana , e un’ex AN.
Ultimo, ma non meno significativo, un ragazzo che ha preferito un gg di lavoro nella steppa che vedere una scheda senza lo spazio per scrivere il candidato che gli stava più simpatico. Comprensibile, a mettere una X nel quadratino e basta ci riesce persino un leghista (credo).
PD sembra fanalino di coda, ma solo perché 6 persone non possono votare nel posto dove sono COSTRETTI a emigrare per CAMPARE, al contrario dei fascistissimi militari, o dei malati intrasportabili, che hanno il voto a domicilio.
che legge del piffero, se perdono spero notino questo paradosso sul diritto inalienabile sulla carta ma labilissimo nella vita reale di tanti meridionali, come me.
:cccp: Solo il Comunismo ci Può Salvare :cccp:

Pubblicato in lavoro, pessimismo, Politica da er mahico | 6 Commenti »

starQualcosa di sinistra che piacerà anche a destra. Eliminate le dimissioni in bianco.

4 Marzo 2008 alle 15:07
calogero

Le dimissioni d’ora in poi arriveranno solo attraverso il web. Entrerà in vigore domani la riforma della risoluzione volontaria dei rapporti di lavoro, nata per eliminare il fenomeno delle dimissioni in bianco. Tutte le novità sono state illustrate dal direttore della Ripartizione lavoro Helmuth Sinn. Da ora in avanti, un lavoratore potrà presentare le proprie dimissioni solo per via telematica compilando un apposito modulo da presentare entro 15 giorni al datore di lavoro.
[corriere.it]

Questa storia delle dimissioni in bianco fatte firmare da imprenditori senza scrupoli, era un qualcosa che andava debellato senza se e senza ma, come si dice oggi. Trattasi di un’odiosissima pratica ricattatoria attuata dal datore di lavoro, facendo firmare al dipendente una lettera di dimissioni non datata al momento dell’assunzione. Con tale lettera in mano risulta facile immaginare lo stato di soggezione del lavoratore nei confronti dell’imprenditore e la sua impossibilità a denunciare abusi e irregolarità, riguardanti, perché no, anche le violazioni in materia di sicurezza. La soluzione è arrivata e sembra anche piuttosto semplice. Adesso fatta la legge cercheranno l’inganno, speriamo non lo trovino.

Pubblicato in lavoro, Ottimismo da calogero | 2 Commenti »

starGli sporchi trucchetti di Federmeccanica.

15 Gennaio 2008 alle 21:58
qirex

La notizia.
A quanto pare la trattativa tra sindacati e padroni si è arrestata bruscamente dopo che i sindacati hanno detto no alla proposta finale (ma non ultimativa) di Federmeccanica per un aumento salariale di ben 120 euro lordi. Ma perché i metalmeccanici hanno rifiutato? Insomma, seppur lordi, 120 euro al mese di aumento sono un bel risultato no? No. Per chi non lo sapesse, o per chi (come il TG1 di ieri sera) scrive o dice stronzate, l’aumento di 120 € viene spalmato in 30 mesi… vale a dire fino alla scadenza del contratto che è in fase di trattativa. Per i mesi passati senza contratto i padroni, di animo così puro, hanno previsto un “una tantum” di 250 euro. A fronte di così allettanti offerte, i padroni chiedevano udite udite:
- il taglio delle ferie per i neo assunti e per gli operai (in pratica se sei impiegato puoi stare a casa, se sei operaio no);
- 48 ore quarantotto di flessibilità per lo straordinario comandato (per la serie: il tuo culo è mio).
Io non sono mai stato un grande fan dei sindacati, ma almeno per una volta l’hanno fatta giusta. Questo almeno in parte mi fa ben sperare. Per mediare tra le parti è sceso in campo il governo, chiamato in causa dai sindacati.
Le reazioni.
Spontaneamente si sono “accesi” focolai di sciopero un po’ ovunque. Vorrei parlarvi della realtà veneziana, dove lavoro io. A Mestre, gli operai del petrolchimico di Porto Marghera hanno bloccato la stazione ferroviaria. Ci sono stati forti disagi per la circolazione tranviaria. In zona aeroporto invece, gli operai ed un impiegato (indovinate chi…) di Alenia Aeronavali hanno bloccato la strada statale che porta da Venezia a Trieste. Una gran bella coda, non c’è che dire. Le intemperanze di automobilisti, autotrasportatori e dei carabinieri non ci hanno impedito di raggiungere lo scopo, creare il disagio.
Considerazioni.
E’ una cosa davvero triste che in paese simil-democratico per farti ascoltare devi bloccare strade e farti odiare dal resto del mondo.
E’ una cosa davvero triste che su tanti, troppi dipendenti alla fine ti ritrovi in strada sempre in quattro gatti.
E’ triste che a queste iniziative non partecipino mai gli impiegati.

Pubblicato in lavoro, Capitalismo all'italiana da qirex | 6 Commenti »

starSe manca il contratto, accontentatevi dei manganelli

20 Dicembre 2007 alle 09:18
qirex

Ieri a Milano si è svolto un corteo organizzato dalla triade sindacale dei metalmeccanici per chiedere il rinnovo del contratto di categoria. Fila tutto liscio come l’olio finchè, sul finire della manifestazione, il corteo arriva in via Pantano dove ha sede Assolombarda. I metalmeccanici si trovano davanti la polizia in antisommossa. Vengono superate le transenne che proteggono il palazzo, e inizia un lancio di uova e bulloni contro la polizia che avanzava. Partono così le botte dei poliziotti armati di tutto punto contro i manifestanti a mani nude. Il bilancio è di qualche contuso tra i metalmeccanici. Netta la condanna dei sindacati contro le forze dell’ordine e bla bla bla…

Quante ne dobbiamo vedere ancora? Quante ne dobbiamo prendere ancora? Tra le altre cose con il rinnovo del contratto, i metalmeccanici chiedono un aumento di 117 euro. Va da se che la cifra chiesta non è esosa, con 117 euro lordi al mese, la vita di un operaio non può cambiare di sicuro.

A proposito, oggi è morta la sesta vittima del rogo della Thyssenkrupp. A 26 anni.
Che amarezza.

Pubblicato in lavoro, Povera Italia da qirex | 4 Commenti »

starNoi non siamo, fortunatamente, americani (II parte)

20 Dicembre 2007 alle 09:14
primlug

Dove eravamo rimasti? Ah, alla flessibilità.
Parlando in concetti macroeconomici la capacità di adattarsi a lavori diversi, situazioni diverse, è una garanzia di successo, dicono gli economisti alla Brunetta, per intenderci. Ma successo di chi? E per chi? Ma per le imprese, certamente, per renderle competitive, eh! Noi italiani, più di chiunque altro, dovremmo ricordarlo bene: le risorse più importanti di una qualsiasi impresa sono i suoi lavoratori. Si, le sue risorse umane. E noi, che abbiamo unica materia prima la nostra creatività, noi, conosciuti nel mondo per il nostro ingegno, abbiamo i peggiori economisti.
Chi non sa valorizzare i propri punti di forza è un perdente. Per cortesia ditelo a Brunetta e amici, che senza persone qualificate, senza esperienza, senza attaccamento e condivisione della mission della propria azienda, non si cresce ma si inizia un lento declino. Se la flessibilità, ed è così che la vedono i capitalisti italiani, è solamente un risparmio di costi, allora i nostri industriali dimostrano di volere spolpare le aziende come hanno sempre fatto in passato. Un precario è innanzi tutto una persona, qualche volta con famiglia, a volte senza perché non può permettersela.
L’Italia è un paese culturalmente diverso dagli altri paesi, europei compresi. Non ci sono che poche grandi industrie, la maggior parte del tessuto economico è formato da piccole e medie imprese. Ricordo una diatriba tra noi e gli spagnoli, dove Formigoni difendeva, per una volta a ragione, l’italianità e rimarcava che il nostro modello era vincente e poteva reggere l’urto della globalizzazione. Io, che sono lombardo, ho molti esempi di piccole e medie imprese vincenti. Il segreto? La flessibilità. No! non quella dei lavoratori precari, no. Ma la capacità delle aziende a investire in risorse umane in primis, in ricerca e sviluppo, in qualità, nella loro flessibilità al mercato, questo si. Quando si coinvolgono i lavoratori ed insieme a loro si costruisce il futuro le aziende funzionano, sono competitive. Quando invece si vogliono sfruttare le persone, quando si mercificano non solo non si fa il bene della propria attività, ma si reca un danno alla collettività. Un lavoratore precario, senza futuro, non può permettersi di investire, di spendere e così l’economia interna rallenta, i consumi crollano. E tutti, indistintamente, ci perdiamo.
Ricordo solo che Robert Solow, premio nobel per l’economia, che per quanto eterodosso resta un neoclassico, afferma che la realtà dei sistemi capitalistici si snoda su due rappresentazioni errate: quella Keynesiana secondo cui l’occupazione è legata a fattori macroeconomici, e quella classica che afferma che i posti di lavoro ci sono occorre solo ridurre i salari. La conclusione cui giunge è un monito ; la riduzione della disoccupazione, della spesa pubblica, della povertà sono obiettivi difficilmente conciliabili. A meno di trovarsi nel paese delle favole, raccontatoci da Berlusconi. Traete voi le vostre conclusioni, io vi dico che la flessibilità, così come intesa dai nostri benpensanti, porta precarietà. Prendete un libro, imparate l’abc, non basta ma imparatelo, perché voi dovete pagare il prezzo. Investite nella vostra riqualificazione.

Pubblicato in lavoro da primlug | 3 Commenti »

starNoi non siamo, fortunatamente, americani (I parte)

18 Dicembre 2007 alle 09:10
primlug

L’ abbiamo visto, in molti film e telefilm americani, impiegati che depongono le loro cose in una scatola di cartone e lasciano il posto di lavoro, come andare al ristorante o dal parrucchiere. Tanto, a 3.000 miglia di distanza, hanno una nuova casa e un nuovo lavoro, magari solo per un anno o due, e poi altre migliaia di miglia e altre facce, altre scuole per i figli. Per un americano è facile rifarsi tre o quattro vite, cambiare completamente clima, dal Texas al Colorado, dal Missouri alla California.
Si sa loro inseguono il grande sogno. Sono da sempre abituati alla precarietà, all’incertezza nel lavoro, sanno che nulla è definitivo sempre alla ricerca del sogno, appunto. Se qualcuno non riesce a risalire sul tram, pazienza, andrà a rafforzare la schiera dei clochard tra l’indifferenza della gente nel paese delle opportunità per tutti.
Noi non siamo, fortunatamente, americani. Noi non abbiamo il grande sogno, ci accontentiamo di quello degli altri, siano i furbetti del quartierino o i magnati delle televisioni, ma questa, è un’altra storia. Noi italiani ci accontentiamo di avere il diritto al lavoro, come scritto nella nostra costituzione, non un lavoro strapagato ma un lavoro dignitoso. A volte pur di tenerlo stretto ci dimentichiamo delle norme di sicurezza, che è in nero e mal pagato, ma siamo così attaccati al lavoro che prendiamo quello che c’è, come c’è. Per noi solo cambiare ditta è un dramma, siamo troppo legati alle nostre abitudini, ai nostri ritmi. Ma abbiamo anche il pessimo vizio di importare, oltre alla democrazia, anche le abitudini degli americani, in tutti i campi.
Basta aspettare e le belle pensate ci arrivano, prima o poi, così anche nel mondo del lavoro la parola d’ordine è flessibilità. Ma noi non siamo abituati alle profonde trasformazioni, in particolar modo alle condizioni di occupazione, per noi il sistema deve prevedere la centralità del lavoro salariato dipendente a tempo pieno e indeterminato.
Le industrie hanno un nuovo modello di produzione, il sistema produttivo si fa meno rigido e richiede flessibilità. Ma questo concetto di “flessibilità” che significato ha? Per i politici e gli industriali è sinonimo di adattabilità e mobilità, per me, perdonatemelo, è la condizione che genera precarietà ed incertezza.
I nostri politici sono in altre beghe affaccendati, sono troppo impegnati a pensare alla loro precarietà, e i pochi che ci pensano sono indicati come la sinistra estrema chi mira le fondamenta democratiche criticando la legge Biagi. Allora dobbiamo ripensare al concetto di flessibilità, non come il continuo cambiamento di lavoro, ma come mutamento della percezione di sé. Prepariamoci a ripensarci in altri ruoli, a riqualificarci, a sentire il mercato e le sue esigenze. Cerchiamo le opportunità di nuove figure professionali, frequentiamo corsi di formazione, creiamoci una alternativa.
Qualora un giorno ci dovessero dire: l’azienda non ha più bisogno di lei, sa la flessibilità, eccoci pronti a venti, trenta, cinquanta anni per un’altra esperienza.

Pubblicato in lavoro da primlug | 16 Commenti »