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dotArchivio di Dicembre 2007

starLa prima campagna elettorale da 1 miliardo di dollari

21 Dicembre 2007 alle 13:39
Audrey

E’ stata presentata come la prima campagna elettorale da un miliardo di dollari, e alla fine forse anche quella frontiera sarà superata. Per avere speranza di diventare presidente degli Stati Uniti, secondo gli addetti ai lavori, al novembre del 2008 i due finalisti dovranno aver raccolto almeno 500 milioni di dollari a testa in contributi personali… Il traguardo sembra ora abbondantemente alla portata dei democratici, mentre i repubblicani sono indietro, anche perché l’assenza di un favorito sta frammentando il finanziamento. All’ultimo conteggio dei soldi in cassa, eseguito il 30 settembre scorso (il prossimo sarà a fine anno), la Fec ha certificato che Hillary Clinton ha raccolto 90,9 milioni di dollari nella propria corsa alla Casa Bianca, mentre il suo diretto inseguitore, Barack Obama, ne ha incassati 80,2 e John Edwards 30,3. Ma Obama ha un numero maggiore di finanziatori. In casa repubblicana, il più ricco a fine settembre era Mitt Romney, con 62,8 milioni di dollari (ma ha già speso 53 milioni ed è a corto di contanti), seguito da Rudy Giuliani (47,3 milioni) e John McCain (32,1 milioni, anche lui li ha già quasi esauriti).
[Ansa.it]

Con 1 miliardo di dollari… Quante campagne di vaccinazione si possono attuare? Quanti quaderni, libri, matite per piccoli scolari di famiglie bisognose si possono comprare? Quanti programmi di assistenza sanitaria gratuita per persone senza Social Security si possono realizzare? Quanti alloggi per homeless si possono costruire? E non venitemi a dire che sono i meccanismi della democrazia, o che queste sono domande retoriche. I bisogni quotidiani delle persone non sono mai retorici.

Pubblicato in America da Audrey | 30 Commenti »

starI figli di troia

20 Dicembre 2007 alle 16:50
swampthing

VOMITO.

S. = Saccà
S.P. = Segretaria Presidente
P. = Presidente (Berlusconi)
Continua »

Pubblicato in Politica da swampthing | 25 Commenti »

starNo, davvero.

20 Dicembre 2007 alle 15:06
Nemesis

Va sentita.

Pubblicato in Politica da Nemesis | 3 Commenti »

starL’ultimo confine: spariscono i valichi tra Italia e Slovenia

20 Dicembre 2007 alle 13:27
calogero

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Questa notte la Slovenia entra a far parte dell’area europea di libera circolazione delle persone regolata dal trattato di Schengen. Il confine si sposta a est. La geografia politica cambia ancora.
Per me, che ho vissuto sempre a Monfalcone, Gorizia e Trieste, a un tiro di schioppo di quella che fu la Jugoslavia, il confine è sempre stato piuttosto aperto. Non l’ho mai vissuto come un limite.

Sul confine più vicino a Monfalcone, Jamiano, il finanziere super annoiato manco ti guardava, il milite - allora jugoslavo - dell’altra parte, stava nella sua postazione sita a una cinquantina di metri dalla strada e quando gli mostravi il lasciapassare (la mitica propusniza, lasciapassare per i residenti della fascia confinaria, che ti consentiva di entrare in Jugoslavia ma non di addentrarti oltre qualche chilometro), ti faceva un cenno impercettibile col capo, che non capivi mai con certezza se voleva dire “vai pure” o “scendi e gli portami i documenti”. Di la, in “Jugo”, si faceva benzina a metà prezzo, si faceva la spesa, in particolare si comprava la carne. Era un’altro mondo, a un passo da te, era tutto cosi’ diverso. Il parco circolante era composto da Lada, Zastava e vecchie seicento. Le strade piene di buche rattoppate, mettevano a dura prova le sospensioni delle nostre automobili meglio abituate. E si mangiava fuori davvero con pochi soldi. Una pacchia.
Per contro gli abitanti della repubblica comunista Jugoslava venivano in Italia a comprare vestiti, soprattutto jeans e scarpe. E in zona all’epoca qualcuno ha davvero fatto fortuna con questi commerci.

La Slovenia di oggi è, invece, una nazione sicuramente più europea e “sveglia” dell’Italia. Nell’ Europa unita ci sono già da un po’ e hanno pure l’Euro al posto del Tallero. La caduta del confine ha un risultato pratico, ma soprattutto una valenza simbolica. Anche se non è mai stata una vera e propria cortina di ferro, ha comunque diviso le genti in noi e loro. Ha causato l’esodo delle popolazioni istriane, fiumane e dalmate con sofferenze indicibili che si trascinano ancora oggi.
Spero che, davvero, assieme al confine sparisca anche la barriera mentale che ancora esiste, anche se più debole di un tempo.

Pubblicato in Storia, Ottimismo da calogero | 4 Commenti »

starSe manca il contratto, accontentatevi dei manganelli

20 Dicembre 2007 alle 09:18
qirex

Ieri a Milano si è svolto un corteo organizzato dalla triade sindacale dei metalmeccanici per chiedere il rinnovo del contratto di categoria. Fila tutto liscio come l’olio finchè, sul finire della manifestazione, il corteo arriva in via Pantano dove ha sede Assolombarda. I metalmeccanici si trovano davanti la polizia in antisommossa. Vengono superate le transenne che proteggono il palazzo, e inizia un lancio di uova e bulloni contro la polizia che avanzava. Partono così le botte dei poliziotti armati di tutto punto contro i manifestanti a mani nude. Il bilancio è di qualche contuso tra i metalmeccanici. Netta la condanna dei sindacati contro le forze dell’ordine e bla bla bla…

Quante ne dobbiamo vedere ancora? Quante ne dobbiamo prendere ancora? Tra le altre cose con il rinnovo del contratto, i metalmeccanici chiedono un aumento di 117 euro. Va da se che la cifra chiesta non è esosa, con 117 euro lordi al mese, la vita di un operaio non può cambiare di sicuro.

A proposito, oggi è morta la sesta vittima del rogo della Thyssenkrupp. A 26 anni.
Che amarezza.

Pubblicato in lavoro, Povera Italia da qirex | 4 Commenti »

starNoi non siamo, fortunatamente, americani (II parte)

20 Dicembre 2007 alle 09:14
primlug

Dove eravamo rimasti? Ah, alla flessibilità.
Parlando in concetti macroeconomici la capacità di adattarsi a lavori diversi, situazioni diverse, è una garanzia di successo, dicono gli economisti alla Brunetta, per intenderci. Ma successo di chi? E per chi? Ma per le imprese, certamente, per renderle competitive, eh! Noi italiani, più di chiunque altro, dovremmo ricordarlo bene: le risorse più importanti di una qualsiasi impresa sono i suoi lavoratori. Si, le sue risorse umane. E noi, che abbiamo unica materia prima la nostra creatività, noi, conosciuti nel mondo per il nostro ingegno, abbiamo i peggiori economisti.
Chi non sa valorizzare i propri punti di forza è un perdente. Per cortesia ditelo a Brunetta e amici, che senza persone qualificate, senza esperienza, senza attaccamento e condivisione della mission della propria azienda, non si cresce ma si inizia un lento declino. Se la flessibilità, ed è così che la vedono i capitalisti italiani, è solamente un risparmio di costi, allora i nostri industriali dimostrano di volere spolpare le aziende come hanno sempre fatto in passato. Un precario è innanzi tutto una persona, qualche volta con famiglia, a volte senza perché non può permettersela.
L’Italia è un paese culturalmente diverso dagli altri paesi, europei compresi. Non ci sono che poche grandi industrie, la maggior parte del tessuto economico è formato da piccole e medie imprese. Ricordo una diatriba tra noi e gli spagnoli, dove Formigoni difendeva, per una volta a ragione, l’italianità e rimarcava che il nostro modello era vincente e poteva reggere l’urto della globalizzazione. Io, che sono lombardo, ho molti esempi di piccole e medie imprese vincenti. Il segreto? La flessibilità. No! non quella dei lavoratori precari, no. Ma la capacità delle aziende a investire in risorse umane in primis, in ricerca e sviluppo, in qualità, nella loro flessibilità al mercato, questo si. Quando si coinvolgono i lavoratori ed insieme a loro si costruisce il futuro le aziende funzionano, sono competitive. Quando invece si vogliono sfruttare le persone, quando si mercificano non solo non si fa il bene della propria attività, ma si reca un danno alla collettività. Un lavoratore precario, senza futuro, non può permettersi di investire, di spendere e così l’economia interna rallenta, i consumi crollano. E tutti, indistintamente, ci perdiamo.
Ricordo solo che Robert Solow, premio nobel per l’economia, che per quanto eterodosso resta un neoclassico, afferma che la realtà dei sistemi capitalistici si snoda su due rappresentazioni errate: quella Keynesiana secondo cui l’occupazione è legata a fattori macroeconomici, e quella classica che afferma che i posti di lavoro ci sono occorre solo ridurre i salari. La conclusione cui giunge è un monito ; la riduzione della disoccupazione, della spesa pubblica, della povertà sono obiettivi difficilmente conciliabili. A meno di trovarsi nel paese delle favole, raccontatoci da Berlusconi. Traete voi le vostre conclusioni, io vi dico che la flessibilità, così come intesa dai nostri benpensanti, porta precarietà. Prendete un libro, imparate l’abc, non basta ma imparatelo, perché voi dovete pagare il prezzo. Investite nella vostra riqualificazione.

Pubblicato in lavoro da primlug | 3 Commenti »

starIl Partito Democratico, tanto valeva chiamarlo Democrazia Cristiana

18 Dicembre 2007 alle 11:44
calogero

Niente registro delle unioni di fatto a Roma. Con 43 voti contrari e 12 a favore, la maggioranza si spacca e il consiglio comunale della capitale respinge la delibera di iniziativa popolare per l’istituzione del registro delle unioni di fatto. Come nelle tre votazioni precedenti, il Partito democratico ha votato contro i provvedimenti avanzati dalla sinistra.
[repubblica.it]

Sinceramente non so che valore abbia, all’atto pratico, una delibera comunale che istituisca un registro comunale per le coppie di fatto, senza che ci sia una legge nazionale che regolamenti il milione di persone che convive, con questo vergognoso vuoto legislativo. Tuttavia penso che, se il consiglio comunale capitolino avesse approvato tale registro, ci sarebbe stato un bel segnale verso le gerarchie vaticane. Viene da pensare con una certa tristezza che forse la vecchia DC era più laica del nuovo PD. E mi preoccupo per quello che continua ad essere un obiettivo sempre più lontano: non tanto una legge sulle coppie di fatto, quanto la speranza di vivere in una paese definitivamente laico, dove la separazione stato chiesa sia netta e la vita democratica possa svolgersi naturalmente, senza il ricatto fastidioso e intollerabile del Vaticano, cioè uno stato estero e teocratico, l’antitesi della democrazia.
Il partito democratico vota contro. Forse pensavano al governo Prodi e alle sue difficoltà con i teodem. Meglio non gettare benzina sul fuoco, che magari il governo esplode. Io però mi chiedo se, per avere uno straccio di nuova legge che modernizzi la società italiana, devo aspettare la fine del governo Prodi, che tanto a quel punto i teodem si potranno mandare dove meritano: a fanculo. Nel frattempo aspetto che il PD faccia o dica qualcosa di sinistra o che si dia un’identità in tal senso, perché le nobili origini non bastano e perché altrimenti col piffero che li voto!

Pubblicato in Politica da calogero | 34 Commenti »

starNoi non siamo, fortunatamente, americani (I parte)

18 Dicembre 2007 alle 09:10
primlug

L’ abbiamo visto, in molti film e telefilm americani, impiegati che depongono le loro cose in una scatola di cartone e lasciano il posto di lavoro, come andare al ristorante o dal parrucchiere. Tanto, a 3.000 miglia di distanza, hanno una nuova casa e un nuovo lavoro, magari solo per un anno o due, e poi altre migliaia di miglia e altre facce, altre scuole per i figli. Per un americano è facile rifarsi tre o quattro vite, cambiare completamente clima, dal Texas al Colorado, dal Missouri alla California.
Si sa loro inseguono il grande sogno. Sono da sempre abituati alla precarietà, all’incertezza nel lavoro, sanno che nulla è definitivo sempre alla ricerca del sogno, appunto. Se qualcuno non riesce a risalire sul tram, pazienza, andrà a rafforzare la schiera dei clochard tra l’indifferenza della gente nel paese delle opportunità per tutti.
Noi non siamo, fortunatamente, americani. Noi non abbiamo il grande sogno, ci accontentiamo di quello degli altri, siano i furbetti del quartierino o i magnati delle televisioni, ma questa, è un’altra storia. Noi italiani ci accontentiamo di avere il diritto al lavoro, come scritto nella nostra costituzione, non un lavoro strapagato ma un lavoro dignitoso. A volte pur di tenerlo stretto ci dimentichiamo delle norme di sicurezza, che è in nero e mal pagato, ma siamo così attaccati al lavoro che prendiamo quello che c’è, come c’è. Per noi solo cambiare ditta è un dramma, siamo troppo legati alle nostre abitudini, ai nostri ritmi. Ma abbiamo anche il pessimo vizio di importare, oltre alla democrazia, anche le abitudini degli americani, in tutti i campi.
Basta aspettare e le belle pensate ci arrivano, prima o poi, così anche nel mondo del lavoro la parola d’ordine è flessibilità. Ma noi non siamo abituati alle profonde trasformazioni, in particolar modo alle condizioni di occupazione, per noi il sistema deve prevedere la centralità del lavoro salariato dipendente a tempo pieno e indeterminato.
Le industrie hanno un nuovo modello di produzione, il sistema produttivo si fa meno rigido e richiede flessibilità. Ma questo concetto di “flessibilità” che significato ha? Per i politici e gli industriali è sinonimo di adattabilità e mobilità, per me, perdonatemelo, è la condizione che genera precarietà ed incertezza.
I nostri politici sono in altre beghe affaccendati, sono troppo impegnati a pensare alla loro precarietà, e i pochi che ci pensano sono indicati come la sinistra estrema chi mira le fondamenta democratiche criticando la legge Biagi. Allora dobbiamo ripensare al concetto di flessibilità, non come il continuo cambiamento di lavoro, ma come mutamento della percezione di sé. Prepariamoci a ripensarci in altri ruoli, a riqualificarci, a sentire il mercato e le sue esigenze. Cerchiamo le opportunità di nuove figure professionali, frequentiamo corsi di formazione, creiamoci una alternativa.
Qualora un giorno ci dovessero dire: l’azienda non ha più bisogno di lei, sa la flessibilità, eccoci pronti a venti, trenta, cinquanta anni per un’altra esperienza.

Pubblicato in lavoro da primlug | 16 Commenti »

starNon voglio gratitudine ma un risarcimento davvero Speciale (5 milioni di Euro potrebbero andare)

17 Dicembre 2007 alle 14:28
calogero

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Non pretendo alcuna gratitudine, poichè credo che, chi opera nello spirito di servizio verso le Istituzioni, non si debba aspettare riconoscimenti, nè in alcun modo possa anelarvi”.

E’ un passaggio della lettera di dimissioni, scritta dal Gen. della GdF Roberto Speciale. Ti vien da pensare: che uomo tutto d’un pezzo. Sbattuto fuori dal governo in carica, fa ricorso al TAR, vince e se ne va sbattendo la porta senza nulla volere, manco la gratitudine. Eroico!
Invece, come ci ricordava la Repubblica: “Il Tar del Lazio ha accolto il ricorso del generale Roberto Speciale contro la revoca dal suo incarico di comandante generale della Guardia di Finanza, ma non nella parte del risarcimento di 5 milioni”.
Chissà, visto il personaggio forse, se gli avessero concesso il risarcimento milionario lo avrebbe rifiutato sdegnato o al più lo avrebbe dato in beneficenza. O magari avrebbe fatto un bel viaggio. Non lo sapremo mai. :cry:

Pubblicato in Politica da calogero | 8 Commenti »

starFatti e controfatti

15 Dicembre 2007 alle 14:41
RedPower

Il Fatto: Berlusconi indagato per corruzione dalla procura di Napoli. Avrebbe tentato di corrompere vari senatori per convincerli a votare contro la Finanziaria.

Il Controfatto: Berlusconi accusa la magistratura di aver intimidito i senatori prima del voto sulla Finanziaria.

Lo scopo del controfatto è quello di far sparire completamente il fatto. Come per magia i telegiornali e i giornali non parlano più della corruzione dei senatori da parte di Berlusconi (che è anche provata da intercettazioni), ma parlano solo della magistratura presunta colpevole di aver intimidito i senatori (però senza alcuno straccio di prova).

Bella l’informazione italiana.

Pubblicato in Povera Italia da RedPower | 8 Commenti »