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starNon ci resta che piangere? o ricominciamo da tre?

15 aprile 2008 alle 22:36
primlug

Una sola cosa è certa: un parlamento senza una sinistra vera genera una democrazia zoppa. Molti non saranno più rappresentati, e non sono certo i più forti. Molti credono, operai compresi, di essere degnamente rappresentati dalla lega. E questo è un dramma nel dramma. La sconfitta, purtroppo, non è solo sul piano elettorale. E’ una crisi di identità, una identità evanescente, un essere non essere. Come biasimare coloro che hanno votato pd. Quale sinistra votavano? Quella elitaria di coloro che hanno condiviso lo sfacelo del governo Prodi? Di coloro che hanno avallato scelte lontane dal sentimento comune? Di coloro che non hanno saputo coinvolgere la base? Forse i perché di questa catastrofe sono anche altri. Forse, ma questi bastano per riportarci alla realtà. Siamo lontani dai problemi della gente, non abbiamo risposte, non abbiamo più rabbia. E la gente è veramente incazzata, e chi vota? La lega. La borghesia, quella piccola borghesia che ambisce non ad eliminare le furbizie, non vuole legalizzarle. Quel movimento partito apolitico, razzista e qualunquista che mira al federalismo per non pagare le tasse. E al popolo, in parte anche a quello di sinistra, non interessano più le parole o i programmi, ne ha veramente piene le palle. Ricordo, è triste dirlo sembriamo vecchi che vivono nell’oblio, ricordo Berlinguer e le folle che applaudivano, ma allora noi eravamo la questione morale, noi eravamo i diversi i non collusi con l’apparato. Oggi, dopo aver chinato il capo al governo Prodi, senza avere inciso senza essere riusciti a comunicare con le masse, senza avere preteso regole chiare sul lavoro, senza avere abolito le leggi ad personam, senza aver preteso un salario adeguato e dignitoso, senza aver voluto colpire i veri ricchi ma avallato le scelte dettate dai tecnocrati tese solo a rientrare nei parametri. Scelte infelici in quanto tutti ma proprio tutti hanno pensato ad incapacità o peggio a inculate. E ora, si ora, non ci resta che piangere o ricominciamo da tre? Ricominciamo, perché la sinistra ha fatto questo paese e non può scomparire per mano di un Walter qualsiasi. Ricominciamo perché c’è bisogno di noi oggi più che mai. Ricominciamo perché è la base che lo chiede. Ricominciamo perché non possiamo sparire come il psi dei ladri. E da dove ricominciamo? Dalle fabbriche, dai quartieri, dal sindacato, dalle piazze. Riprendiamoci i voti dati al pd e a Di Pietro. Rendiamo i compagni orgogliosi di riconoscersi in una sinistra moderna ma decisa, ferma e se necessario, ed è necessario, incazzata nelle piazze. Elaboriamo programmi con la gente ed ora, che in parlamento non ci siederemo, avremo tanto tempo per stare nelle strade.

In questi momenti non servono le masturbazioni cerebrali, serve senso di autocritica e riflessione. Serve ricordarsi chi siamo, solo quello.

Pubblicato in Politica da primlug | 26 Commenti »

starMorto un papa se ne fa un altro

25 gennaio 2008 alle 20:07
primlug

Tanto tuonò che piovve. Così il governo Prodi alla fine è caduto. Ora la cosa più insensata da fare è aprire un dibattito ed accusare la sinistra estrema, o radicale se preferite, di averlo fatto cadere. E’ insensata perché risponde alla continua estenuante campagna denigratoria che sin dalla nascita del governo l’opposizione ha mediaticamente lanciato dicendo, a più ripresa, che Prodi era in balia della sinistra ed era un governo di comunisti.
Ma chi è così ingenuo da affermare che quel governo era di sinistra? Chi lo era a tal punto da dire che subiva i ricatti da suoi alleati di sinistra? A ben vedere la sinistra ha commesso l’errore opposto, di non aver insistito tenacemente sulle riforme e sulla attenzione allo stato sociale. E’ lì che il governo ha perso consensi.
Certo ha lavorato bene anzi benissimo tanto a ricondurre il deficit pil debito pubblico in ambiti più che ragionevoli. Ma è questo che gli italiani volevano? E’ questo che gli italiani erano disposti a pagare con i sacrifici faticando ad arrivare a fine mese? Non si potevano raggiungere gli stessi risultati in tempi più consoni? Tanto che anche gli economisti europei si sono dimostrati stupiti? O forse gli italiani, perlomeno quelli che lo hanno votato, non chiedevano le riforme sul conflitto di interessi, sul precariato, sui PACS e sui diritti civili?
Interroghiamoci perché il governo ha via via perso consensi anche dalla sua base. La paura di un quinquennio berlusconiano non ci deve annebbiare la vista, e non ci deve distogliere dai veri responsabili politici della caduta del governo. Non credete che la costituzione del PD e la dichiarazione , non proprio azzeccata, di Veltroni di correre da soli non abbiano contribuito a spingere Mastella verso colui che, probabilmente fingendo, come suo solito, prometteva vita e prosperità all’ex ministro e compagni? Anziché condannare una parte della sinistra, che è stata lungimirante, nel non cedere all’ennesimo ricatto in nome di cosa non si sa, non ci sediamo e riflettiamo sull’utilità di avventure con ex democristiani che sognano gloria e vogliono avere le mani libere.
Supponiamo che il governo non fosse caduto, chi di voi può garantire che avrebbe potuto e fatto quello che ci si attende. Credo che nessuno oggi possa affermare che l’immobilità del governo potesse venire superata, sia per le condizioni ambientali sia per la non volontà di alcuni esponenti, che sono i veri responsabili del ricatto e della caduta. Credo che neanche il vecchio Berlusconi sia in buone condizioni e, ad oggi, si siano aperte le prospettive di un governo istituzionale, non che ne vada particolarmente contento, ma da spazio e tempo per attuare la riforma elettorale, capire dove il pd si posiziona e cosa vuole.
Il nemico lo sa che per sconfiggerci deve dividerci. Lo diceva il CHE, uno che di battaglie ne capiva.

Pubblicato in Politica da primlug | 23 Commenti »

starProf Ratzinger se il positivismo intristisce la religione annichilisce

18 gennaio 2008 alle 10:47
primlug

Il Prof J. Ratzinger afferma seraficamente: il positivismo è un pericolo e intristisce le menti.
Affermazione che non rappresenta, per la verità, una novità assoluta essendo il papa, molto loquace quando sente la sua missione divina, come l’imperativo di sconfiggere le filosofie che si rifanno all’uomo e alla ragione. Non la ragione più grande, da lui professata, quella divina per intenderci, che non lascia dubbi. Bensì quella umana con i suoi limiti e con i suoi dubbi. Questo è il punto. Il papa non ha dubbi.
Guai se li avesse, ma non devono averli nemmeno i credenti che hanno ricevuto in dote la fede. Da credente, se lo fossi, non dubiterei, non metterei mai in discussione il dogma divino, credere o non credere è lì l’atto di fede. Ma ciò non vale, e non può valere, per uno scienziato.
Uno scienziato senza curiosità, senza dubbi, come potrebbe svolgere il suo lavoro che è ricerca, tentativi e tentativi, deduzioni , dubbi e contro dubbi, prove e controprove. Questo perché sa che quello che oggi è vero domani può non esserlo. Sa che non deve limitarsi a guardare ad una sola angolazione, lo diceva Einstein “dipende dal punto di vista dell’osservatore”. Ecco perché deve cambiare punto di vista, non fossilizzare la sua attenzione su un particolare.
Sono coloro che non riflettono a non dubitare mai. Splendida è la loro digestione, infallibile il loro giudizio. Non credono ai fatti, credono solo a se stessi. Se occorre, tanto peggio per i fatti. La pazienza che han con se stessi è sconfinata. Se il pensiero di August Comte prima e di Henry de Saint- Simon poi, portano al positivismo evoluzionista e influenzano o indirizzano Darwin, ed in seguitano formano i migliori pedagogisti come Aristide Gabelli e Maria Montessori, è perché non sono né tristi né pericolosi.
Ma il papa non può dialogare con coloro che rilegano la teologia nell’ambito delle teorie non scientificamente dimostrabili, a quelle teorie eretiche che propongono una visione diversa della creazione, del mondo e del suo modo di interagire. Quando poi afferma che la teologia deve crescere paritaria alla scienza e la eleva quale guardiana della morale e del’etica, non vuole il dialogo, vuole delimitare l’ambito scientifico controllarlo, spegnere ogni curiosità che si spinge in ambito positivista. La religione, negando ogni dubbio, inibisce lo sviluppo della mente, lo limita, lo circoscrive. Ecco perché il Prof. J. Ratzinger non può aprire l’anno accademico di una università scientifica. La dialettica e la diatriba sono intrinseche nella scienza, il dibattito ed il confronto sono bene accetti. Quando il papa vorrà confrontarsi sono certo nessuno gli negherà la soddisfazione.

Pubblicato in L'ora di religione da primlug | 18 Commenti »

starC’è chi ha capito

30 dicembre 2007 alle 18:19
primlug

E’ passato un altro anno, novità? Niente di rilevante. Il governo governicchia, le stragi annunciate fanno tanto clamore per nulla e i lavoratori continuano a morire, i prezzi crescono e i salari calano, l’export va bene, anche l’esportazione della democrazia va bene, i morti in iraq sono in aumento, i partiti si sciolgono si fondono si rinnovano spariscono, ne nascono. Niente di nuovo. Invece si. In questo sistema di consumismo sfrenato, di produttivismo senza regole retto dall’idea che esiste un solo Dio, una morale: il denaro. La ricchezza da raggiungere ad ogni costo e ad ogni scopo. E i partiti sono divenuti uno strano amalgama dove tutto contengono in un caos apparente, solo per enunciare la libertà, che poi negano ai cittadini. La negano negli affari, nella giustizia e nella informazione. Non nascondiamoci, i politici ci parlano ci promettono, ma a Montecitorio si accordano si difendono uniscono il sacro e il profano. Per noi? No per loro, per quei diritti che a noi non appartengono. Qualcuno si indigna e si ribella a suon di vaffa… Non serve. Abbiamo davvero la classe politica che meritiamo. Partecipiamo in massa ai gazebo nella speranza di appartenere ai benestanti, di entrare nel meccanismo dei privilegi. Lodiamo Berlusconi, esaltiamo i Corona, i Fiorani, i Ricucci. Giustifichiamo gli evasori, perché nel nostro piccolo chi può evade. Vogliamo carpire i segreti di chi si è arricchito in fretta violando le leggi. Si qualcosa di nuovo c’è. C’è chi ha capito, si infuria, protesta per i morti di Torino e del resto d’Italia, sa come sono esattamente le cose. E promette di non abbassare la guardia, di uscire dagli schemi stereotipati del dio denaro, di battersi nelle piazze, nelle istituzioni.

Pubblicato in Politica da primlug | 11 Commenti »

starNoi non siamo, fortunatamente, americani (II parte)

20 dicembre 2007 alle 09:14
primlug

Dove eravamo rimasti? Ah, alla flessibilità.
Parlando in concetti macroeconomici la capacità di adattarsi a lavori diversi, situazioni diverse, è una garanzia di successo, dicono gli economisti alla Brunetta, per intenderci. Ma successo di chi? E per chi? Ma per le imprese, certamente, per renderle competitive, eh! Noi italiani, più di chiunque altro, dovremmo ricordarlo bene: le risorse più importanti di una qualsiasi impresa sono i suoi lavoratori. Si, le sue risorse umane. E noi, che abbiamo unica materia prima la nostra creatività, noi, conosciuti nel mondo per il nostro ingegno, abbiamo i peggiori economisti.
Chi non sa valorizzare i propri punti di forza è un perdente. Per cortesia ditelo a Brunetta e amici, che senza persone qualificate, senza esperienza, senza attaccamento e condivisione della mission della propria azienda, non si cresce ma si inizia un lento declino. Se la flessibilità, ed è così che la vedono i capitalisti italiani, è solamente un risparmio di costi, allora i nostri industriali dimostrano di volere spolpare le aziende come hanno sempre fatto in passato. Un precario è innanzi tutto una persona, qualche volta con famiglia, a volte senza perché non può permettersela.
L’Italia è un paese culturalmente diverso dagli altri paesi, europei compresi. Non ci sono che poche grandi industrie, la maggior parte del tessuto economico è formato da piccole e medie imprese. Ricordo una diatriba tra noi e gli spagnoli, dove Formigoni difendeva, per una volta a ragione, l’italianità e rimarcava che il nostro modello era vincente e poteva reggere l’urto della globalizzazione. Io, che sono lombardo, ho molti esempi di piccole e medie imprese vincenti. Il segreto? La flessibilità. No! non quella dei lavoratori precari, no. Ma la capacità delle aziende a investire in risorse umane in primis, in ricerca e sviluppo, in qualità, nella loro flessibilità al mercato, questo si. Quando si coinvolgono i lavoratori ed insieme a loro si costruisce il futuro le aziende funzionano, sono competitive. Quando invece si vogliono sfruttare le persone, quando si mercificano non solo non si fa il bene della propria attività, ma si reca un danno alla collettività. Un lavoratore precario, senza futuro, non può permettersi di investire, di spendere e così l’economia interna rallenta, i consumi crollano. E tutti, indistintamente, ci perdiamo.
Ricordo solo che Robert Solow, premio nobel per l’economia, che per quanto eterodosso resta un neoclassico, afferma che la realtà dei sistemi capitalistici si snoda su due rappresentazioni errate: quella Keynesiana secondo cui l’occupazione è legata a fattori macroeconomici, e quella classica che afferma che i posti di lavoro ci sono occorre solo ridurre i salari. La conclusione cui giunge è un monito ; la riduzione della disoccupazione, della spesa pubblica, della povertà sono obiettivi difficilmente conciliabili. A meno di trovarsi nel paese delle favole, raccontatoci da Berlusconi. Traete voi le vostre conclusioni, io vi dico che la flessibilità, così come intesa dai nostri benpensanti, porta precarietà. Prendete un libro, imparate l’abc, non basta ma imparatelo, perché voi dovete pagare il prezzo. Investite nella vostra riqualificazione.

Pubblicato in lavoro da primlug | 3 Commenti »

starNoi non siamo, fortunatamente, americani (I parte)

18 dicembre 2007 alle 09:10
primlug

L’ abbiamo visto, in molti film e telefilm americani, impiegati che depongono le loro cose in una scatola di cartone e lasciano il posto di lavoro, come andare al ristorante o dal parrucchiere. Tanto, a 3.000 miglia di distanza, hanno una nuova casa e un nuovo lavoro, magari solo per un anno o due, e poi altre migliaia di miglia e altre facce, altre scuole per i figli. Per un americano è facile rifarsi tre o quattro vite, cambiare completamente clima, dal Texas al Colorado, dal Missouri alla California.
Si sa loro inseguono il grande sogno. Sono da sempre abituati alla precarietà, all’incertezza nel lavoro, sanno che nulla è definitivo sempre alla ricerca del sogno, appunto. Se qualcuno non riesce a risalire sul tram, pazienza, andrà a rafforzare la schiera dei clochard tra l’indifferenza della gente nel paese delle opportunità per tutti.
Noi non siamo, fortunatamente, americani. Noi non abbiamo il grande sogno, ci accontentiamo di quello degli altri, siano i furbetti del quartierino o i magnati delle televisioni, ma questa, è un’altra storia. Noi italiani ci accontentiamo di avere il diritto al lavoro, come scritto nella nostra costituzione, non un lavoro strapagato ma un lavoro dignitoso. A volte pur di tenerlo stretto ci dimentichiamo delle norme di sicurezza, che è in nero e mal pagato, ma siamo così attaccati al lavoro che prendiamo quello che c’è, come c’è. Per noi solo cambiare ditta è un dramma, siamo troppo legati alle nostre abitudini, ai nostri ritmi. Ma abbiamo anche il pessimo vizio di importare, oltre alla democrazia, anche le abitudini degli americani, in tutti i campi.
Basta aspettare e le belle pensate ci arrivano, prima o poi, così anche nel mondo del lavoro la parola d’ordine è flessibilità. Ma noi non siamo abituati alle profonde trasformazioni, in particolar modo alle condizioni di occupazione, per noi il sistema deve prevedere la centralità del lavoro salariato dipendente a tempo pieno e indeterminato.
Le industrie hanno un nuovo modello di produzione, il sistema produttivo si fa meno rigido e richiede flessibilità. Ma questo concetto di “flessibilità” che significato ha? Per i politici e gli industriali è sinonimo di adattabilità e mobilità, per me, perdonatemelo, è la condizione che genera precarietà ed incertezza.
I nostri politici sono in altre beghe affaccendati, sono troppo impegnati a pensare alla loro precarietà, e i pochi che ci pensano sono indicati come la sinistra estrema chi mira le fondamenta democratiche criticando la legge Biagi. Allora dobbiamo ripensare al concetto di flessibilità, non come il continuo cambiamento di lavoro, ma come mutamento della percezione di sé. Prepariamoci a ripensarci in altri ruoli, a riqualificarci, a sentire il mercato e le sue esigenze. Cerchiamo le opportunità di nuove figure professionali, frequentiamo corsi di formazione, creiamoci una alternativa.
Qualora un giorno ci dovessero dire: l’azienda non ha più bisogno di lei, sa la flessibilità, eccoci pronti a venti, trenta, cinquanta anni per un’altra esperienza.

Pubblicato in lavoro da primlug | 16 Commenti »