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starDie Berliner Mauer

9 novembre 2009 alle 20:43
qirex

Oggi, venti anni fa, cadeva il muro di Berlino. Ricordo ancora in televisione le immagini dei tedeschi che a colpi di martello e scalpello buttavano giù il muro. Tanta gente è morta nel vano tentativo di fuga ad ovest. Tanti altri ce l’hanno fatta.
Vorrei ricordare che Berlino non fu divisa in due dall’oggi al domani. Subito dopo la fine della guerra, la città venne divisa in tre parti le due dell’ovest sotto l’influenza statunitense e britannica, e la parte est sotto l’influenza sovietica. All’inizio c’erano i check point, poi man mano che la gente dall’est fuggiva all’ovest verso la libertà, i dirigenti pseudo-comunisti della DDR decisero di erigere un muro per fermare l’emorragia. Coprendosi di vergogna e coprendo di vergogna chi ci credeva davvero nel sogno socialista.
I miei sentimenti verso il muro, sono chiaramente i più negativi possibili.
I muri come tutte le barriere, cortine e chi più ne ha più ne metta, non servono a nulla. Servono solo a far incazzare la gente che vive nell’oppressione.
I muri servono a far sognare una società alternativa, un altro futuro possibile.
I muri vengono eretti per essere abbattuti.
Ma a vent’anni dalla caduta del muro, che cosa è cambiato veramente nel mondo?
Il mondo è davvero cambiato?

Pubblicato in comunismo, Storia da qirex | 17 Commenti »

starUna storia piccola, in tempo reale

9 febbraio 2009 alle 21:24
Nemesis

Mentre aspetto che l’acqua per la pasta bollisca scrivo queste righe.

Vengo da davanti alla Quiete, a Udine, ma lo sapete, lo state guardando in tv.
Ho male alla schiena perchè ho preso freddo, ed avevo molto da fare, ma ho deciso che per una volta non avevo voglia di fare il “ma tanto” e di andare a manifestare io stesso. Fa freddo, arrivo alle sei, sei e un quarto, c’è poca gente.
I manifestanti “anti Beppino” (non saprei come altro chiamarli) sono uno sparuto manipolo di gente che urla a noi dall’altra parte della strada cose come “assassini”, “vergogna”. I manifestanti “pro beppino”, cioè noi, per brevità, sono molto più numerosi, e continuano ad arrivare. Vedo molte facce a me familiari, anche bipartisan, anche cattolici.

Una signora accanto a me, che ha sbagliato evidentemente lato della strada, comincia a sbraitare cose tipo “io ho lavorato in un ospizio, che viva,”. Qualcuno le fa giustamente notare che quello di cui lei sta parlando non ha senso, che dovrebbe immaginare le piaghe da decubito che ha la “povera ragazza”, che oramai è quarantenne, e che quel Dio che lei invano prega voglia che non sia cosciente e immobilizzata da diciassette anni.
La cosa più violenta tra di “loro”, è un ragazzo disabile al quale è stato messo addosso un cartello “allora uccidete anche me”. Il padre viene dal nostro lato della strada a gridare “io gli pulisco il culo ogni giorno da trent’anni”, a favore di telecamera.
Il poverino ha freddo, e ogni tanto, da rattrappito, tira qualche urlaccio.
Conto “loro”. Sono diciotto. Noi saremo cinquecento. Loro provocano. “Siete contenti se muore? Siete degl assassini”. Si alza qualche strillo, ma l’intesa è di non reagire alle provocazioni. Ci si limita a grossi cori di “ssssh” verso i provocatori.
Arrivano le tv, puntuali come avvoltoi in pausa pranzo. Mentre loro riprendono le provocazioni si intensificano leggermente: qualcuno cerca evidentemente lo scontro per ragioni facili da immaginare.
Il ragazzo con il cartello ha freddo; il padre, nonostante io non condivida affatto il modo in cui lo ha strumentalizzato, dimostra di avere un cuore, e lo porta via, sper per lui al caldo. Ancora una volta il confine tra “buoni” e “cattivi” è sottile, impalpabile.
Il prime time sta finendo ed arriva una notizia incontrollata: Eluana è morta. La folla vòcia, la notizia viene confermata da internet.
“Loro” cominciano a gridare “sarete contenti! Luii! l’ho sentito applaudire”.
Non so se qualcuno abbia applaudito, ma si vuole evitare ogni altra provocazione. Io e un mio amico ce ne andiamo, senza ulteriore indugio.

Da qualche parte, lontano da noi, sta suonando una campana a morto.
Oggi più che mai mi sembra una netta presa di posizione politica.

Pubblicato in Storia da Nemesis | 48 Commenti »

star4 novembre

4 novembre 2008 alle 23:20
calogero

Ore 0.10 del 15 luglio. Una violentissima grandinata di proiettili di ogni specie e calibro, misti a quelli carichi di gas, cadeva sulle nostre linee. Verso le ore 4.00, le fanterie tedesche appoggiate da numerosissime mitragliatrici, precedute da lanciafiamme e carri armati, iniziavano l’attacco. L’8^ Divisione, pur opponendo disperata resistenza, cedeva terreno e ripiegava verso il Bois de Courton.

Soldati

Bosco di Courton luglio 1918

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie.

Giuseppe Ungaretti

Durante la prima guerra mondiale, mia nonna fu profuga in Austria. Fuggita con tutta la famiglia, così di punto in bianco. Bambini profughi, poveri e straccioni, la fame e la miseria. Dice che, nei suoi ricordi, la prima guerra fu peggio della seconda.
Qui a Monfalcone, il Carso è traforato di trincee. A pochi chilometri, San Martino del Carso con i cippi e i monumenti. Redipuglia con l’imponente sacrario e i suoi 100mila morti.

San Martino del Carso
Valloncello dell’Albero Isolato il 27 agosto 1916

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

E’ il mio cuore
il paese più straziato

Giuseppe Ungaretti

Pubblicato in Storia da calogero | 4 Commenti »

starLa Rat Line, ovvero come la Chiesa Cattolica ha aiutato a fuggire i criminali nazisti in Sud America

3 febbraio 2008 alle 12:55
swampthing

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Evacuare agenti dei servizi tedeschi e i gerarchi nazisti, impresa impossibile? No, se ti viene in aiuto la Chiesa Cattolica. Così papa Pio XII e il comandante delle SS in Italia, Karl Wolff, concordano insieme l’operazione Rat Line. Siamo nel 1944, per i nazifascisti è la disfatta, gli anglo-americani sbarcano in Normandia aprendo il secondo decisivo fronte contro Hitler e l’Armata Rossa dilaga verso ovest giungendo in pochi mesi ai confini della Jugoslavia.
Alöis Hudal, vescovo della Chiesa austriaca, creò una rete specializzata nella fuga dei criminali di guerra tedeschi, mentre Padre Krunoslav Draganović, segretario dell’Istituto Croato di San Girolamo, aiutò gli ustascia croati.

Da wikipedia:
Nel 1947, appena finita la guerra e in piena occupazione alleata, i nazisti che sono riusciti a scampare al processo di Norimberga danno vita ad un’organizzazione dal nome O.D.E.SS.A, acronimo che sta per Organisation der Ehemaligen SS-Angehörigen (in tedesco Organizzazione dei membri delle ex SS). Tale organizzazione si prefiggeva di spostare capitali, accumulati per lo più sottraendoli alle vittime dell’Olocausto, all’estero e di produrre documenti per evacuare i membri in paesi sudamericani. La maggior parte dei fuggitivi raggiungeva clandestinamente l’Italia e attraverso lasciapassare della Croce Rossa Internazionale o del Vaticano, con la compiacenza e l’appoggio di alti prelati, riuscivano a raggiungere l’Argentina ed altri stati sudamericani.

Del resto la chiesa non ha mai scomunicato né Hitler né il nazismo, ma il comunismo si.
Ovvero se sei nemico dei miei nemici sei mio amico. Forse per questo papa Wojtyla ha beatificato “Aloysius Stepinac, vescovo cattolico, complice dei più atroci misfatti nazi-fascisti in Croazia durante il regime di Ante Pavelic” [v. uaar]

Pubblicato in Storia da swampthing | 41 Commenti »

starL’ultimo confine: spariscono i valichi tra Italia e Slovenia

20 dicembre 2007 alle 13:27
calogero

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Questa notte la Slovenia entra a far parte dell’area europea di libera circolazione delle persone regolata dal trattato di Schengen. Il confine si sposta a est. La geografia politica cambia ancora.
Per me, che ho vissuto sempre a Monfalcone, Gorizia e Trieste, a un tiro di schioppo di quella che fu la Jugoslavia, il confine è sempre stato piuttosto aperto. Non l’ho mai vissuto come un limite.

Sul confine più vicino a Monfalcone, Jamiano, il finanziere super annoiato manco ti guardava, il milite – allora jugoslavo – dell’altra parte, stava nella sua postazione sita a una cinquantina di metri dalla strada e quando gli mostravi il lasciapassare (la mitica propusniza, lasciapassare per i residenti della fascia confinaria, che ti consentiva di entrare in Jugoslavia ma non di addentrarti oltre qualche chilometro), ti faceva un cenno impercettibile col capo, che non capivi mai con certezza se voleva dire “vai pure” o “scendi e gli portami i documenti”. Di la, in “Jugo”, si faceva benzina a metà prezzo, si faceva la spesa, in particolare si comprava la carne. Era un’altro mondo, a un passo da te, era tutto cosi’ diverso. Il parco circolante era composto da Lada, Zastava e vecchie seicento. Le strade piene di buche rattoppate, mettevano a dura prova le sospensioni delle nostre automobili meglio abituate. E si mangiava fuori davvero con pochi soldi. Una pacchia.
Per contro gli abitanti della repubblica comunista Jugoslava venivano in Italia a comprare vestiti, soprattutto jeans e scarpe. E in zona all’epoca qualcuno ha davvero fatto fortuna con questi commerci.

La Slovenia di oggi è, invece, una nazione sicuramente più europea e “sveglia” dell’Italia. Nell’ Europa unita ci sono già da un po’ e hanno pure l’Euro al posto del Tallero. La caduta del confine ha un risultato pratico, ma soprattutto una valenza simbolica. Anche se non è mai stata una vera e propria cortina di ferro, ha comunque diviso le genti in noi e loro. Ha causato l’esodo delle popolazioni istriane, fiumane e dalmate con sofferenze indicibili che si trascinano ancora oggi.
Spero che, davvero, assieme al confine sparisca anche la barriera mentale che ancora esiste, anche se più debole di un tempo.

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starEnzo Biagi, partigiano

6 novembre 2007 alle 10:48
swampthing

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9 agosto 1920 – 6 novembre 2007
Enzo Biagi ci ha insegnato ad esprimere le nostre idee senza paura e senza essere subalterni a nessuno, a costo di essere messi da parte. Addio maestro.

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starQuindici anni dopo Via d’Amelio

18 luglio 2007 alle 10:28
marco

E’ stata riaperta l’indagine sulla strage di Via d’Amelio, in cui trovarono la morte il magistrato Paolo Borsellino e la sua scorta.
La Procura della Repubblica di Caltanissetta, grazie all’acquisizione di nuovi elementi contenuti in alcuni documenti provenienti dalla Procura di Palermo, sta seguendo tre piste:
– l’ipotesi di coinvolgimento di apparati “deviati” all’interno dei servizi segreti;
– la provenienza dell’apparato di trasmissione utilizzato per innescare la bomba;
– la presenza sul luogo della strage di un poliziotto che non aveva alcun motivo di trovarsi lì.
Arrivare ai mandanti dell’omicidio del giudice Borsellino non è stato facile allora, e non lo sarà certo di più oggi, perché le organizzazioni che voleva colpire erano (e sono) ramificate e strutturate in modo che non sia mai possibile salire oltre un certo livello.
Certo è che, mai come nel periodo storico illuminato da figure come quelle di Falcone e Borsellino, è stato veramente a portata di mano l’obiettivo di disarticolare i vertici di cosa nostra e trovarne le radici nel mondo politico.
Oggi, o meglio domani, quindici anni dopo la sua morte, il nome del giudice Borsellino verrà ricordato, per le vie e le piazze di Palermo e credo in molte altre vie e piazze in tutta Italia, ma non credo che, se potesse guardarci dal cielo, la cosa gli interesserebbe più di tanto.
Penso invece che sarebbe molto più felice se si potesse ricominciare ad indagare prendendo spunto e traccia dal lavoro suo e dei suoi colleghi Falcone, Chinnici, etc., al fine di spezzare una volta per tutte le catene che continuano ad impoverire questo paese, non solo finanziariamente, ma nell’anima.

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starOnore al compagno Giovanni Passannante

22 maggio 2007 alle 00:49
Spartaco

L’Italia trionferà quando il contadino cangerà, volontariamente,
la marra col fucile (Carlo Pisacane)

Giovanni Passannante era un lucano come me. Nativo di un paese di nome Salvia, attentò alla vita di Umberto I, nel 1878. Purtroppo non gli riuscì quello che poi sarebbe riuscito a Gaetano Bresci: ammazzare il tiranno che proprio perchè la fece franca in quell’attentato potè prendere a cannonate il popolo milanese, nel 1898.

Con il servo Bava Beccaris, un generale rinnegato che per questa impresa sanguinaria fu nominato Grand’Ufficiale dell’Ordine militare dei Savoia.

Giovanni Passannante fu torturato e rinchiuso in una cella sotto il livello del mare, a Portoferraio. In isolamento assoluto.

Secondo i suoi aguzzini, uscì di mente, cosa nella quale io personalmente non crederò mai. Fu trasferito in un manicomio criminale dove morì. Fu decapitato, il suo cervello messo in un barattolo di tormalina ed esposto, insieme al cranio, nel Museo Criminologico dell’Amministrazione penitenziaria, a Roma.

Nel frattempo il suo paese di origine, per cancellare la vergogna del suo poco illustre concittadino, ha cambiato il nome da Salvia in Savoia di Lucania. Per placare la collera dei Savoia. Che, guarda un po’, sono tornati in Italia, per farsi spalancare le porte del Panteon e avere degna sepoltura: loro, che si sono macchiati di colpe orrende, le avventure coloniali e la carneficina della Grande Guerra, la collusione con il fascismo e la fuga disonorevole a Brindisi, fino all’omicidio per futili motivi e allo sfruttamento della prostituzione.

Intanto il cranio e il cervello di Passannante, separati l’uno dall’altro, sono rimasti esposti al pubblico ludibrio, nonostante la Resistenza e la Costituzione repubblicana.

Il 10 maggio i miseri resti di Passannante hanno lasciato le teche vergognose del museo per tornare nel paese di origine ed essere tumulate, quasi di nascosto, a quanto si dice, in un frettoloso rito serale.

A Savoia di Lucania, dicono lorsignori.

A Salvia, dico io.

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